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Borgotaro 5 Febbraio 2006 02

Immagini dall'alta Valle del Cogena

Un percorso nell'alta Valle del Cogena:
alla ricerca delle testimonianze di un passato recente 

 

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Foto e testi di  Mauro Delgrosso
Attenzione: il  materiale fotografico e i testi riportati sono di proprietà del portale Valtaro.it; é espressamente vietato l'utilizzo in qualsiasi forma, anche parziale o modificata, e per qualsiasi motivo.

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Pian della Cogena
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cascata nel bosco cascata torrente
Malzapello dei Palanca
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Malzapello dei Ciavon
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Olmo Grosso
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Suppparano
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Foto e testi di  Mauro Delgrosso
Tutti i diritti sono riservati, proprietà esclusiva del portale Valtaro.it, é vietata ogni forma di utilizzo non autorizzato.

 

Un percorso a piedi nell'alta Valle del Cogena, completamente disabitata: alla ricerca delle ultime testimonianze della vita e dei lavori condotti nei boschi dell'Appennino.  Piccoli villaggi, piccoli capolavori di architettura spontanea, ancora in grado di sfidare il tempo.

     

Un letto fatto con bacchette di legno, sospeso alle travi di un tetto coperto, ancora miracolosamente, di piane di sasso: ci si arriva dopo due ore di cammino, in salita, partendo da Belforte, in direzione delle sorgenti del Cogena. I racconti, presi quasi come una fantasia, di chi ci ha passato intere estati a custodire mucche, maiali e pecore, facendo formaggio e ricotte, si concretizzano nella visione dei nuclei di casette. Ogni pietra, ogni angolo, rappresentano qualcosa, un ricordo tramandato a voce. Una suggestione. Ritornelli dell'infanzia, storie che ti sembravano leggende e che ora ti tornano in mente.

Siamo a Malzapello dei Palanca, un luogo, ormai abbandonato, da cui anch'io e un ramo della mia famiglia, abbiamo preso origine. Un luogo in cui gli uomini della famiglia Giliotti passavano le estati a lavorare nel bosco, dentro il bosco. Ci restavano almeno quattro mesi, da giugno fino a ottobre, neve permettendo. Ci andavano gli adulti con i garzoni, armati di pochi attrezzi, di sale e caglio, di forme per fare il formaggio. L'asino portava di tutto. Qualcuno aveva lo schioppo, per ogni evenienza, per procurarsi carne fresca.
Appena si faceva notte, come mi hanno raccontato in tanti, si faceva avanzare un po' di polenta sul tavolo: con la "luvera", l'asse per la polenta, si metteva in piedi una trappola rudimentale, sostenuta da un bastone legato con uno spago. Si aspettava il ghiro di turno, facendo finta di dormire immobili, e lo si catturava: insieme a tanti altri animali, rappresentava una buona base per gli "umidi", per gli stufati. Si viveva in armonia e in equilibrio con la natura, senza sprecare nulla, imparando a vivere e a sopravvivere; in tanti, ognuno con la sua porzione di bosco da far fruttare. E questo solo cinquanta anni fa.

Le case, gli essiccatoi, le stalle, sono stati costruiti così bene, così armoniosi con il clima, che riescono ancora a stare in piedi, anche dopo decenni di abbandono assoluto. Pietra lavorata e legno, legati solo da un po' di terra di bosco e da tanta maestria. Un miracolo.

Proseguendo verso il crinale, appena dopo l'ennesimo guado, si incontra un'altra piccola frazione, Malzapello di Ciavon, luogo di origine della famiglia Bozzi; qui le case hanno resistito meno, ma conservano segni distintivi nobili, sicuramente molto antichi, con delle date incise nella pietra. Si scorge un voltino in sasso, in un luogo sopraelevato, sommerso di detriti. Si legge bene, in un paio di posti, la data del 1889. Qui, ci abitavano per tutto l'anno.

 

Ancora mezz'ora di movimento e ci si imbatte nel podere dell'Olmo Grosso, con la casa padronale ormai franata; non ci vuole una particolare preparazione per intuire la grandiosità di quello che c'era prima delle rovine. Un edificio unico, di oltre 400 metri quadri di pianta, su più piani. Con gallerie, pozzi, porticati, stalle, rimesse, granai e fienili. Tutto coperto, tutto protetto per sopportare meglio le nevicate e l'inverno. Per essere autosufficienti per lunghi periodi. Ci vivevano, da ultimi, quattro fratelli, con le loro famiglie. Di loro, come capita spesso di vedere, resta ancora un cumulo di fieno, in mezzo alle rovine, e un vecchio secchio del latte. Niente energia elettrica, niente antenne TV. Sassi perfetti, ancora in grado di sfidare la forza di gravità; ancora in piedi, come un gladiatore ferito a morte ma ancora indomito. Aspettano di morire per sempre, in un fragoroso crollo.

Neppure i tedeschi, pur con i loro feroci incendi, durante i rastrellamenti, piegarono questi muri. Raccontano che, proprio in una di queste crudeli azioni di rappresaglia, un italiano, schierato con i germanici, perse, non si sa come, i suoi documenti. Il proprietario delle case incendiate, li ritrovò, in mezzo alle sue suppellettili fumanti. Attese la fine della guerra, prese i treno e lo andò a trovare a Parma, nella sua lussuosa residenza in centro. Senza perdere tanto tempo, gli stampò un micidiale diretto in mezzo agli occhi, ribaltandolo sul pavimento; e questo dopo avergli chiesto, in dialetto di Belforte, se si ricordava dove aveva perso la carta d'identità. Girò i tacchi e se ne tornò a casa. Un modo per mettere fine ad una guerra, da montanaro vero.

Scappando dall'Olmo Grosso, dopo le evocazione di questi ricordi, passando per un dedalo di stradine, in mezzo a centinaia di metri di muretti a secco, si capita in una piana di sorgenti, di canali bassi, che hanno scavato tanti piccoli canyon. Scorgo delle impronte, in un angolo di terra nuda: potrebbero essere di un grosso cane, potrebbero essere di un lupo.
Ancora un centinaio di passi e, anche se il sole é tramontato,  si percepisce la casa e le stalle di Supparano: é la costruzione più giovane. L'abitazione risale al 1955, sorge in prossimità di una sorgente perenne; é stata abbandonata da "soli" trent'anni. Nata e usata come semplice seconda casa, da una famiglia emigrata in pianura; un luogo lenitivo dei rimpianti dell'emigrazione, un piccolo paradiso dell'anima, in capo al mondo.

E' buio, la temperatura crolla sotto zero; il giro nei ricordi del passato, iniziato appena dopo l'ora di pranzo, é finito. Dentro, la voglia ancor più forte di ricominciare ad esplorare un altro angolo dimenticato e struggente di Appennino.