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| Borgotaro | 5 Febbraio 2006 | 02 | |||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||
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Immagini dall'alta Valle del Cogena |
Un percorso
nell'alta Valle del Cogena: |
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Un letto fatto con
bacchette di legno, sospeso alle travi di un tetto coperto, ancora
miracolosamente, di piane di sasso: ci si arriva dopo due ore di cammino, in
salita, partendo da Belforte, in direzione delle sorgenti del Cogena. I
racconti, presi quasi come una fantasia, di chi ci ha passato intere estati
a custodire mucche, maiali e pecore, facendo formaggio e ricotte, si
concretizzano nella visione dei nuclei di casette. Ogni pietra, ogni angolo,
rappresentano qualcosa, un ricordo tramandato a voce. Una suggestione.
Ritornelli dell'infanzia, storie che ti sembravano leggende e che ora ti
tornano in mente. Le case, gli essiccatoi, le stalle, sono stati costruiti così bene, così armoniosi con il clima, che riescono ancora a stare in piedi, anche dopo decenni di abbandono assoluto. Pietra lavorata e legno, legati solo da un po' di terra di bosco e da tanta maestria. Un miracolo. Proseguendo verso il crinale, appena dopo l'ennesimo guado, si incontra un'altra piccola frazione, Malzapello di Ciavon, luogo di origine della famiglia Bozzi; qui le case hanno resistito meno, ma conservano segni distintivi nobili, sicuramente molto antichi, con delle date incise nella pietra. Si scorge un voltino in sasso, in un luogo sopraelevato, sommerso di detriti. Si legge bene, in un paio di posti, la data del 1889. Qui, ci abitavano per tutto l'anno. Ancora mezz'ora di
movimento e ci si imbatte nel podere dell'Olmo Grosso, con la casa padronale
ormai franata; non ci vuole una particolare preparazione per intuire la
grandiosità di quello che c'era prima delle rovine. Un edificio unico, di
oltre 400 metri quadri di pianta, su più piani. Con gallerie, pozzi,
porticati, stalle, rimesse, granai e fienili. Tutto coperto, tutto protetto
per sopportare meglio le nevicate e l'inverno. Per essere autosufficienti
per lunghi periodi. Ci vivevano, da ultimi, quattro fratelli, con le loro
famiglie. Di loro, come capita spesso di vedere, resta ancora un cumulo di
fieno, in mezzo alle rovine, e un vecchio secchio del latte. Niente energia
elettrica, niente antenne TV. Sassi perfetti, ancora in grado di sfidare la
forza di gravità; ancora in piedi, come un gladiatore ferito a morte ma
ancora indomito. Aspettano di morire per sempre, in un fragoroso crollo. Scappando dall'Olmo
Grosso, dopo le evocazione di questi ricordi, passando per un dedalo di
stradine, in mezzo a centinaia di metri di muretti a secco, si capita in una
piana di sorgenti, di canali bassi, che hanno scavato tanti piccoli canyon.
Scorgo delle impronte, in un angolo di terra nuda: potrebbero essere di un
grosso cane, potrebbero essere di un lupo. E' buio, la temperatura crolla sotto zero; il giro nei ricordi del passato, iniziato appena dopo l'ora di pranzo, é finito. Dentro, la voglia ancor più forte di ricominciare ad esplorare un altro angolo dimenticato e struggente di Appennino.
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