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| Borgotaro, gennaio 2001 | Luoghi nascosti dell'Appennino Valtarese | |||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||
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Belforte, |
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Belforte, un lembo
del Comune di Borgotaro, un avamposto delle terre di Parma, lì a vigilare
sulla valle da più di mille anni. Sotto, il torrente Cogena (da "Cò Zena", lembo/angolo di Genova)
divide in modo netto e
rende il borgo arroccato ancora più distante e staccato dalla vita degli
altri
paesi. Arrivi e
un'atmosfera strana subito ti coglie. Come in uno spot televisivo le nuvole
sono a portata di mano e il vento scorre sul tuo viso: il tempo si ferma e
la realtà tocca subito l'immaginario. Una serie di ripidi sentieri e sei sul
piazzale più alto del castello: scopri che sedersi e sdraiarsi sull'erba secca
a riflettere, a guardare le nuvole che corrono, sono un tutt'uno,
un atto dovuto, automatico. Vedi l'abitato di Borgotaro distante e
poco definito. Quando penso a Belforte mi vengono subito in
mente due cose: le pietre e il vento. Il peso e l'immaterialità. Il tutto e
il nulla. La staticità totale e il movimento eterno. Volgi lo sguardo e osservi: vecchie fondazioni, scale, muri a secco, archi, volti e colonne; un po' dappertutto. Molti sono diroccati, ormai stanchi e storti sotto il peso della storia: nessuno più presidia, ricostruisce, incastra; e le pietre cedono, giorno dopo giorno. Torno spesso in questi luoghi e purtroppo trovo sempre il paesaggio in qualche modo mutato: ne muore un pezzo per volta. Una cosa é da non credere: anche in pieno inverno, a Belforte, si possono incontrare delle persone; molte sono anziane, tutte sono educate ed estremamente cordiali, tutte ospitali. In mezzo alle pietre millenarie resiste una splendida comunità di persone, attaccate alla loro terra come solo la calce sa legarsi alla sabbia. Ancora pietre, appunto. Tutta gente che nella vita si da da fare, che si fa onore sul lavoro e nelle professioni. Molti di loro lavorano e vivono distanti per tutta la settimana: appena possono tornano in mezzo ai loro splendidi sassi. Mi é capitato tante volte di essere invitato a "bere un bicchiere" o ad assaggiare una fetta di salame in compagnia. Ho passato momenti incredibilmente intensi ascoltando racconti, raccogliendo ricordi. Ovviamente in dialetto, ovviamente di Belforte. Come su quasi tutti i ruderi del mondo, anche qui aleggiano molte leggende e storie fantastiche; forse, anzi sicuramente, sono frutto delle suggestioni partorite dai lunghi e freddi inverni valtaresi; si narra di apparizioni di vecchie fate (o streghe?), del suonare di campanelli appartenenti al gregge degli agnellini fantasma, della corsa di pastorelle sfuggenti; di tanti strani rumori notturni e di ombre che si muovono. Si narra. Effettivamente
l'avventurarsi in mezzo ai ruderi, infilandosi in ambienti disabitati da
anni, fa un certo effetto. Angoli, archi, voltini, finestre sbandate. Sopra
la testa, i sassi che si reggono quasi per miracolo, e sotto
le scarpe, il rumore dei rifiuti e degli avanzi di tante vite, di tante
esistenze povere: vetri rotti, scatole di latta, schegge di piane di
copertura. Barattoli e boccette in vetro: si leggono ancora i nomi dei
farmaci, probabilmente impiegati in una battaglia disperata contro qualche
malattia. Catini sfondati, fili arrugginiti, piatti rotti, lamiere, assi di
legno. Secchi e pentole. Tutto questo, dopo un primo sentimento di
curiosità, ti mette fortemente a disagio: sono loro i veri fantasmi e i
padroni incontrastati dei pochi ambienti ancora non crollati. Sono le ultime
sensazioni di una civiltà e di un mondo che scompare. Sotto gli occhi di
molti e con il silenzio di tutti. Forse é meglio così: questo luogo, con le
sue contraddizioni, con i suoi misteri, con i suoi fantasmi ci aiuta a
riflettere, a percepire sensazioni ormai sopite. Ci aiuta a prevedere il
nostro futuro. Magari ad evitarlo. |
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