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Borgotaro, gennaio 2001 Luoghi nascosti dell'Appennino Valtarese

 

Belforte,
il luogo delle pietre abbandonate,
dei fantasmi e dei pensieri

 

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Testi e foto di Mauro Delgrosso
Attenzione: il  materiale fotografico e i testi riportati sono di proprietà del portale Valtaro.it; é espressamente vietato l'utilizzo in qualsiasi forma, anche parziale o modificata, e per qualsiasi motivo.

 
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Dietro il crinale, Belforte

Dietro il crinale, Belforte

 Il crinale

Panorami dall'alto

Panorami dall'alto

Panorami dall'alto

Il Cogena

L'ingresso

Un camino fuma

L'ingresso, una vecchia strada

Il campanile

Il campanile

Raggi d'inverno

I secchi

Panorami dall'alto

Uno scorcio...

Panorami dall'alto

Un vecchio camino
 
La colombaia

Un Portale del '500?

L'orgoglio degli utimi muri
 
Il piazzale più alto

L'orgoglio dei muri

L'orgoglio dei muri

Il bastione e il vento

Il bastione e il vento

L'ultima torre

La sfida alla forza di gravità

La sfida alla forza di gravità

Scorcio
 
Il buio della cantina
 

Resistenza ad oltranza

Voltini

Resistenza ad oltranza

Resistenza ad oltranza

Resistenza ad oltranza

Resistenza ad oltranza
Testi e foto di Mauro Delgrosso
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"Forte non dico, bello non é!".
Sono passati circa 200 anni da quando Maria Luigia pronunciò queste parole vedendo Belforte.

Belforte, un lembo del Comune di Borgotaro, un avamposto delle terre di Parma, lì a vigilare sulla valle da più di mille anni. Sotto, il torrente Cogena (da "Cò Zena", lembo/angolo di Genova) divide in modo netto e rende il borgo arroccato ancora più distante e staccato dalla vita degli altri paesi.
Una montagna, un cammino in salita, un gruppo di case che si difendono dal vento dietro il crinale e, soprattutto, i ruderi maestosi di un castello. Un luogo di confine, un luogo aspro. I ruderi sono a testimoniare un passato importante, tante storie, tante vicende, tante fatiche.

Arrivi e un'atmosfera strana subito ti coglie. Come in uno spot televisivo le nuvole sono a portata di mano e il vento scorre sul tuo viso: il tempo si ferma e la realtà tocca subito l'immaginario. Una serie di ripidi sentieri e sei sul piazzale più alto del castello: scopri che sedersi e sdraiarsi sull'erba secca a riflettere, a guardare le nuvole che corrono, sono un tutt'uno, un atto dovuto, automatico.  Vedi l'abitato di Borgotaro distante e poco definito. Quando penso a Belforte mi vengono subito in mente due cose: le pietre e il vento. Il peso e l'immaterialità. Il tutto e il nulla. La staticità totale e il movimento eterno.
Le prime sono bellissime e lavorate come non mai; sono quasi commoventi perché ormai sono rimaste sole; l'aria invece soffia sempre; sempre fresca, anzi fredda, anche in piena estate.

Volgi lo sguardo e osservi: vecchie fondazioni, scale, muri a secco, archi, volti e colonne; un po' dappertutto. Molti sono diroccati, ormai stanchi e storti sotto il peso della storia: nessuno più presidia, ricostruisce, incastra; e le pietre cedono, giorno dopo giorno. Torno spesso in questi luoghi e purtroppo trovo sempre il paesaggio in qualche modo mutato: ne muore un pezzo per volta.

Una cosa é da non credere: anche in pieno inverno, a Belforte, si possono incontrare delle persone; molte sono anziane, tutte sono educate ed estremamente cordiali, tutte ospitali. In mezzo alle pietre millenarie resiste una splendida comunità di persone, attaccate alla loro terra come solo la calce sa legarsi alla sabbia. Ancora pietre, appunto. Tutta gente che nella vita si da da fare, che si fa onore sul lavoro e nelle professioni. Molti di loro lavorano e vivono distanti per tutta la settimana: appena possono tornano in mezzo ai loro splendidi sassi. Mi é capitato tante volte di essere invitato a "bere un bicchiere" o ad assaggiare una fetta di salame in compagnia. Ho passato momenti incredibilmente intensi ascoltando racconti, raccogliendo ricordi. Ovviamente in dialetto, ovviamente di Belforte.

Come su quasi tutti i ruderi del mondo, anche qui aleggiano molte leggende e storie fantastiche; forse, anzi sicuramente, sono frutto delle suggestioni partorite dai lunghi e freddi inverni valtaresi; si narra di apparizioni di vecchie fate (o streghe?), del suonare di campanelli appartenenti al gregge degli agnellini fantasma, della corsa di pastorelle sfuggenti; di tanti strani rumori notturni e di ombre che si muovono. Si narra.

Effettivamente l'avventurarsi in mezzo ai ruderi, infilandosi in ambienti disabitati da anni, fa un certo effetto. Angoli, archi, voltini, finestre sbandate. Sopra la testa, i sassi che si reggono quasi per miracolo, e sotto le scarpe, il rumore dei rifiuti e degli avanzi di tante vite, di tante esistenze povere: vetri rotti, scatole di latta, schegge di piane di copertura. Barattoli e boccette in vetro: si leggono ancora i nomi dei farmaci, probabilmente impiegati in una battaglia disperata contro qualche malattia. Catini sfondati, fili arrugginiti, piatti rotti, lamiere, assi di legno. Secchi e pentole. Tutto questo, dopo un primo sentimento di curiosità, ti mette fortemente a disagio: sono loro i veri fantasmi e i padroni incontrastati dei pochi ambienti ancora non crollati. Sono le ultime sensazioni di una civiltà e di un mondo che scompare. Sotto gli occhi di molti e con il silenzio di tutti. Forse é meglio così: questo luogo, con le sue contraddizioni, con i suoi misteri, con i suoi fantasmi ci aiuta a riflettere, a percepire sensazioni ormai sopite. Ci aiuta a prevedere il nostro futuro. Magari ad evitarlo.
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