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Ci ho pensato a
lungo, due mesi esatti: parlarne, non parlarne? E' politica, é ideologia?
Conviene? Susciterà polemiche? Riportare quanto letto nell'incontro da un
amico intelligente, Claudio Barilli, schierato politicamente, oppure, visto
il periodo estivo, continuare a parlare solo di feste, funghi e belle
persone? Magari i lettori del portale non avranno tanta voglia di leggere
parole un po' pesanti, pensieri tristi ed evocare pensieri dolorosi.
Perdonatemi, ho deciso.
Alla fine i ricordi
di quei tempi, da me vissuti in modo quasi incosciente per la mia giovane
età, mi hanno portato a parlarne. Perdonate questo salto indietro, e quanto
tragicamente riaffiora.
Ormai é storia,
anche se a noi vicina, é storia del nostro paese. Vicende dolorose per la
società, ancora avvolte nel mistero, almeno per molti aspetti. La visita di
Mino Martinazzoli, le sue parole e quelle di Claudio hanno risvegliato in me
memorie che forse avevo volutamente rimosso.
In quei giorni
lontani ero a Milano: ricordo il pomeriggio caldo e, come sempre, un po'
inquinato, l'atmosfera di una vecchia casa d'epoca del centro, dai soffitti
altissimi e dai pavimenti in rovere scricchiolante; il pianto disperato e
improvviso della madre della mia bellissima compagna di banco (si chiamava
Ida) nell'annunciarci la cosa, proprio mentre facevamo i compiti di
francese. Di colpo, come in un film di fantascienza, la città si
fermò, le persone sembravano non capire quanto stesse accadendo. Non capivo
granché, ma il mio ritorno a casa, a piedi, fu da incubo. Forse in quel
giorno, in quel tragitto solitario e claustrofobico, divenni improvvisamente
adulto, almeno per un bel pezzo.
Il giorno dopo, a scuola, anche se sottovoce, non si parlava d'altro: un mio
compagno aveva il papà carabiniere. Lo vidi, lo abbracciai e lui si mise a
piangere: aveva paura che la stessa cosa che era accaduta alla scorta di
Aldo Moro, potesse succedere a suo padre, da un momento all'altro. Da allora
non ho più smesso di avere vera ammirazione per tutti quelli che vengono
definiti "i servitori dello Stato".
Assemblea d'istituto, giornali, TV, le copertine di Panorama e dell'Espresso
piene del sangue degli uomini trucidati, manifestazioni, camionette della
"Celere" dappertutto.
Il centro di Milano completamente presidiato, con anche centinaia di soldati
armati. Come in un film, uno di quelli dal finale tragico, con le atmosfere
sud-americane, in cui non pensi mai di poter essere il protagonista e non
desideri fare neanche la comparsa. Cominci improvvisamente ad avere paura,
per te e per le persone a cui vuoi bene.
Questi i miei ricordi, tragici e concitati. Questo il mio ricordo del
rapimento e dell'uccisone di Aldo Moro. Un capitolo della nostra storia
recente che ha improntato il carattere di una generazione; che penso non
debba essere dimenticato, soprattutto per la barbarie che lo contraddistinse
e lo segnò per sempre. Che sicuramente ci segnò per sempre, almeno per
quello che mi riguarda. Forse é uno dei tanti motivi per cui odio molte
città e il modo brutale con cui, troppo spesso, si é costretti a viverci.
Di seguito viene
riportato il discorso letto da Claudio Barilli, durante l'incontro pubblico
svoltosi al Museo delle Mura, il 9 maggio 2003, alla presenza dell'Onorevole
Nino Martinazzoli, compagno di partito e amico di Aldo Moro.
Cari amici,
On. Martinazzoli,
è con emozione
e commozione che stiamo vivendo questo momento che oggi abbiamo organizzato
per commemorare Aldo Moro. Nella storia della Repubblica Italiana molti,
purtroppo, sono stati i fatti criminosi ed eclatanti e i gruppi che li hanno
compiuti tramando contro l'ordine costituito dello stato democratico; e
molti sono i personaggi politici, sindacalisti, intellettuali, giornalisti e
magistrati che hanno pagato, anche con la vita, il loro impegno nella
società civile.
Credo però che il rapimento di Aldo Moro, con l'uccisione della sua scorta,
la prigionia e l'uccisione di Aldo Moro il 9 maggio 1978 sia stato il fatto
più clamoroso e inquietante , e, ancora oggi, carico di interrogativi del
percorso sulla strada della democrazia del nostro Paese.
Quel momento rappresentò per il nostro Paese e per le istituzioni una forte
presa di coscienza del pericolo che l'ordine costituito stava correndo e
venne finalmente a unire tutte le forze parlamentari, anche quelle che fino
ad allora avevano tenuto, sull'operato delle Brigate Rosse, posizioni
ambigue. Lo stato e il Paese reagirono e il terrorismo venne isolato a
livello politico e successivamente distrutto grazie anche all'operato di un
altro martire, il generale Carlo Alberto Dalla Chiesa, che come sappiamo,
pure lui è rimasto sul campo della difesa della legalità a Palermo il 2
settembre 1982.
Moro ha lasciato la sua vita sul campo per il grande ruolo nella vita
politica italiana quando, tra l'altro ricopriva l'incarico di presidente
della Democrazia Cristiana, appena finito di tessere l'accordo per la
formazione del governo di solidarietà nazionale con l'appoggio esterno del
Partito Comunista. Su questo passaggio c'è da porsi un interrogativo: la
scelta di colpire lo Stato uccidendo Aldo Moro fu dettato, nella psicologia
malata dei vertici delle Brigate Rosse, dalla consapevolezza che Moro
rappresentava una delle massime autorità politiche, o per il patrimonio del
pensiero politico dello statista cattolico teso anche ad avvicinare fra loro
forze da sempre opposte che collaborando potevano riportare il paese in una
situazione più tranquilla, ricomponendo i conflitti sociali molto forti alla
luce della grande crisi economica di quegli anni e alle rivolte nelle
università del 1977?
Credo che in questa qualità straordinaria di Aldo Moro di lavorare sui temi
futuri, anticipando i tempi, sia riposto il grande tesoro dell'eredità di
Aldo Moro. Eventi storici quali la caduta del muro di Berlino e dei regimi
nei Paesi dell'Est, la crisi e la caduta dei partiti tradizionali all'inizio
degli anni '90 ( aspetti messi in particolare evidenza nelle lettere dalla
prigionia ), la formazione di governi fra le forze moderate del centro e la
sinistra credo che possano entrare nelle proiezioni future del pensiero di
Aldo Moro. Il nostro Paese per così come è adesso, deve molto a Aldo Moro.
Un martire. Questo è Aldo Moro. Il momento dell'assalto in via Fani con
l'uccisione di tutti i suoi fedeli uomini. Cinquantacinque giorni infernali
di isolamento nelle mani di pazzi mitomani di fantapolitica. L'assurdo
processo che ha messo a nudo in Aldo Moro i dubbi che sono i dubbi di un
uomo che ha avuto l'onere, nelle sue responsabilità politiche, tante volte
di trovarsi a decidere in situazioni difficili nello scenario della politica
italiana fatta soprattutto di democrazia cristiana. I dubbi di un uomo ben
consapevole del suo probabile destino, portato alla disperazione. Un
martire, barbaramente ucciso, strappato alla propria famiglia, ai suoi
amici, al suo Paese che aveva contribuito a riportare alla piena dignità nei
confronti del mondo fin dalla fine della guerra.
Il tuo sacrificio, caro Aldo, non è stato vano. Oggi l'omelia pronunciata da
Don Mario Burlini ti ha reso anche nella tua spiritualità di cattolico
impegnato in politica e che ha caratterizzato in modo cattolico la sua
azione politica. Noi siamo consapevoli di cosa hai rappresentato per il
nostro paese. Il valore del tuo pensiero è faro per noi impegnati in
politica. Noi oggi ti abbiamo voluto ricordare così. Semplicemente come il 9
maggio di venticinque anni fa lo slogan delle manifestazioni spontaneamente
formatesi alla notizia della tua morte era “ Moro è qui con tutta la D.C.”,
commemorandoti ora tu sei qui presente, insieme a noi.
Grazie, caro
Aldo.
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