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La festa é
finita, oggi é il Mercoledì delle Ceneri, giorno di penitenza: e
proprio oggi, ironia della sorte, ci sarà l'epilogo ufficiale e
finale della crisi dello stabilimento produttivo di Bedonia, verranno
rese note le intenzioni della proprietà della Fincuoghi. Qualche
riflessione, un po' fuori dal coro... |

La festa è finita.
Carnevale ci ha regalato delle belle emozioni, ora si tratta di tornare alla triste realtà di tutti i giorni, quella abbandonata,
provvisoriamente dimenticata, nei giorni prima del giovedì grasso; quella della situazione occupazionale valtarese.
I numeri sono ben chiari a tutti: ben oltre mezzo migliaio di posti di lavoro a serio rischio. E non solo, purtroppo.
Nei mesi scorsi si è parlato e sparlato a dismisura della crisi degli stabilimenti bedoniesi, di indotto metalmeccanico, di comparto ceramico, di crisi dei mercati globali.
La storia dell’immediato futuro è già scritta, non c’è certo bisogno di un indovino o di un genio: chi è coinvolto in questa spirale di eventi si beccherà
prima un periodo di cassa integrazione (una trentina di settimane); poi si passerà alla richiesta di cassa integrazione straordinaria (un altro
annetto di travaglio), quindi alla mobilità. C’è chi ci resterà per mesi, chi per
anni; i più fortunati fino alla pensione. Un percorso tecnico,
prestabilito. Purtroppo, ci sarà sempre qualcuno che dirà di aver fatto tutto il possibile per arrivare a questa definizione
"ottimale" della crisi. I soliti giochi e i soliti discorsi, tutto sommato di bassa politica,
almeno per sopravvivere, almeno a livello mediatico.
In tutto questo perverso sistema, visto a rivisto, anche recentemente, per le crisi del cartonificio, della fabbrica del cemento, ci si dimentica sempre di
dire una serie di cose, importantissime.
La prima: in tre o quattro anni, si sistemeranno, sempre in qualche modo, senza troppo guardare di
fino come la situazione impone, i lavoratori delle aziende in crisi. Ma i loro figli, quelli che sono in piena adolescenza,
che sono sui banchi di scuola, che tipo di futuro avranno davanti? Quando sarà il loro turno, per lavorare, per produrre,
per guadagnarsi da vivere, su quali aspettative e speranze potranno contare? Quale è il mondo che potranno in qualche modo sognare?
In questi anni di incombente e forzata transizione, mi domando se qualcuno si preoccuperà, con vero impegno, per ricreare,
di ricostruire, i tanti posti di lavoro andati distrutti. La cosa peggiore che la montagna possa subire è un'altra ondata migratoria,
l'ennesima fuga di giovani. Non è possibile pensare solo di gestire delle crisi, passivamente; occorre avere la forza e il coraggio di pensare,
almeno di immaginare, un futuro che offra dei posti di lavoro: nell’agricoltura, nel turismo, nei servizi,
nell’artigianato; nella pubblica amministrazione. Sono stufo di sentire dei politici che giocano in difesa, che si accusano a vicenda (con tutti i meschiotti di certe giunte, mi riesce difficile capire certe posizioni), sono stufo di vedere un branco di pecore disunite e rissose, solo pronte a farsi sbranare dagli eventi. La mancanza di veri “attributi” comincia a farsi sentire.
Ovviamente, in tutti questi discorsi, la montagna di giovani lavoratori con contratti a termine non rinnovati, tutti quelli che percepivano uno stipendio con delle forme di lavoro “flessibile”, non sono neanche lontanamente citati, sono dei figli di nessuno. Per farvene un’idea, per capire quanti possono essere, provate ad andare in stazione a Borgotaro, al mattino presto: le sale d’attesa, un tempo parzialmente vuote, ora sono stipate. Provate ad indovinare come mai?
E poi: la grande massa di lavoratori in cassa integrazione, visti i tempi sempre più magri e lo strozzinaggio generale legalizzato (bollette, tasse, rate, imposte, bolli, espedienti…), con una riduzione sostanziale del reddito, dovrà in qualche modo arrangiarsi. Come? Io penso, come nel passato, che si vedranno due comportamenti, due modi di reagire, magari anche combinati: uno lecito, risparmiando su tutto, facendosi quanti più lavori in autonomia possibili, contraendo al massimo la spesa e gli investimenti, magari non facendo
più studiare i figli, mangiandosi un po’ di capitale di famiglia. L’altro, un po’ meno lecito, ma che non mi permetto neanche lontanamente di condannare o di criticare (ci mancherebbe, siamo in Italia!), visti i tempi, lavorando non in regola, facendo mille piccoli lavoretti “in nero”.
In ogni modo, barcamenandosi, di fatto; così si toglierà mercato, si toglierà ulteriore respiro, a tutto un sistema di centinaia di piccole e medie imprese, di artigiani, di commercianti, che rappresentano un pilastro essenziale dell’economia locale. E’ un evento prevedibile, che dovrà essere preso in considerazione, che dovrà essere affrontato con intelligenza: perché un cassaintegrato, uno a stipendio ridotto, non ha una bella prospettiva di
futuro; perché, allo stesso tempo, chi lavora con un partita iva va tutelato. Tutti e due i casi meritano aiuto e attenzione: ad esempio con un’assistenza fattiva a chi è non ha reddito pieno e con una buona sensibilizzazione sui temi della legalità. Magari anche tanta formazione professionale, per riqualificare e cercare di conciliare quanto più possibile i due fenomeni: un operaio disoccupato che fa piastrelle potrebbe benissimo diventare un dipendente, decontribuito, di qualche artigiano, di qualche agricoltore, di qualche commerciante, di qualche azienda turistica.
Eviteremmo di sicuro l’ulteriore guerra tra poveri.
Ma non è finita: la chiusura di aziende di media dimensione rappresenta di fatto un crollo del sistema delle tante imprese che lavorano sull’indotto industriale, su quanto ruota attorno alla produzione.
Qui, in questi giorni, nessuno, prende in considerazione che centinaia di persone (autotrasportatori, artigiani, imprese di servizi, commercianti, ristorazione, alberghi, manutentori, consulenti, liberi professionisti,…) perderanno il lavoro, annulleranno il loro reddito, in pochi giorni. Per loro, nessuno spende mai una parola, per loro, non è prevista nessuna assemblea, nessun discorso politico. E pensare che sono forse la maggioranza
delle vittime di questa crisi.
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