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"La Nobildonna", l'opera prima di Giuseppe Marletta,
è stata presentata nei giorni
scorsi, durante un incontro pubblico, svoltosi in una Comunità
Montana gremita; un libro, un romanzo, bello e originale, diverso
proprio per la sua perfetta forma, pieno di spunti e di
sollecitazioni emotive sull'Italia, vista dal punto di vista di un
carabiniere di leva, partito da una Borgotaro immaginaria, ma non
troppo, e catapultato in una Sicilia perfettamente descritta. |


78 pagine, in una
sera. Le prime pagine del romanzo di Giuseppe Marletta, la sua opera prima,
sono volate. Interrotte solo dalla notte, ormai fonda. Piacevoli, chiare,
scritte, finalmente, in italiano. Scritte, come il resto del romanzo, con
amore e sensibilità, propria di chi conosce, di chi osserva, di chi
approfondisce. In grado di raccontare i tanti volti di un'Italia vera.
Complessa, a tratti buona e a tratti disarmante e tremenda, ma vera.
Una visione, portata, con una finzione, indietro nel tempo di 30 anni, negli
anni di piombo, nella vita confusa e pericolosa degli anni '70; il punto di
vista di un carabiniere di leva, figlio di carabiniere e di un'unione di
culture italiche, partito da una "Borgotaro" immaginaria ma non troppo,
catapultato in una Sicilia, in terra catanese, tanto bella quanto
pericolosa, per il fenomeno della mafia. L'orgoglio, la sicurezza materna,
di essere parte di un'istituzione, l'Arma, unica nel suo genere, che ha
accompagnato, e a volte gestito senza assumersene merito, la crescita di una
nazione complessa da interpretare, da assemblare, da armonizzare. La volontà
di risolvere un caso, l'omicidio della "nobildonna", appunto.
Il lavoro di Marletta è si un romanzo, ma è anche un accurato spaccato
sociologico, formidabile, quasi un libro di testo scolastico, utile a capire
cosa siamo, cosa siamo diventati e come lo abbiamo fatto. Un romanzo
italiano, con descrizioni formidabili delle bellezze che ci circondano,
scritto da chi l'Italia la tiene unita, la serve. Senza retorica, senza
facili battute.
Il libro è stato
presentato nella sala consiliare, gremita di pubblico, della Comunità
Montana, a Borgotaro, alla presenza di vari esponenti della società civile e
di varie autorità locali; al tavolo dei relatori si sono alternati Monia B.
Balsamello (critica e consulente editoriale di “Ibiskos Editrice Risolo”, la
casa editrice del romanzo), Mauro Raccasi (giornalista e scrittore di
Parma), Maria Giuliana Anelli (insegnante di lettere presso l’istituto
“Zappa Fermi” di Borgo Val di Taro) e, ovviamente, l’autore.
Maria Giuliana Anelli, che, illustrata una breve biografia dell’autore, si è
soffermata sul significato del libro e sui suoi tanti riferimenti sociali,
culturali, di connotazione delle tante realtà italiane; ha evidenziato come
l’autore sia riuscito a dare dell’Arma una visione dal suo interno,
tratteggiando i legami fraterni, profondamente umani, esistenti tra i suoi
componenti e l’attenzione mostrata verso chi giungeva in un nuovo reparto,
in un nuovo luogo d'Italia; ha posto l'accento su varie connotazioni
culturali, dovute alla passione dell’autore per le letture ("per poter saper
scrivere, prima bisogna leggere tantissimo"); non ha mancato di osservare i
riferimenti per il modo con cui viene tratteggiato l’amato, indimenticabile
e nostalgico, paese d’origine, ovvio punto di riferimento, ma anche Borgo
Val di Taro (entrambi indicati con nomi di fantasia), nel quale ha trovato
le condizioni per poter portare a compimento il suo sogno, la stesura del
romanzo, appunto; ha trovato molto belle, affascinanti, le descrizioni
innamorate della Sicilia, dei suoi splendidi paesaggi, sotto l'oppressione
oscura presenza della mafia, che ne condiziona un positivo sviluppo. Un
episodio su tutti, uno degli episodi storici tuttora avvolti dal mistero: la
strage di Portella della Ginestra del 1947, in cui si coglie l'occasione per
far nascere un forte ed acceso dialogo tra due personaggi positivi ed alcuni
inquietanti e potenti individui, tutti intenti a sminuire la portata del
fenomeno ed a deridere gli onesti cittadini. A negare l'evidenza.
Monia B. Balsamello, con il suo parlare toscano, invece, ha descritto i
particolari più specificatamente tecnici e linguistici, esponendo il genere
letterario (“thriller poliziesco”) a cui il libro fa chiaro riferimento ed
il modo in cui l’autore ha declinato i dettami di quel genere, in cui ha
trovato i segni dell’opera di alcuni grandi scrittori, evidenziando come le
loro influenze non siano prevalse sulle specificità dell’autore. Ha infine
definito raffinato, quasi aulico, lo stile di Marletta, ben utilizzato per
rendere ben affrontabili alcune situazioni drammatiche.
Mauro Raccasi, affermato scrittore di Parma, anche lui carabiniere figlio di
carabiniere e immerso nella cultura dell'Arma, ha invece duettato con
l’autore, con alcune domande sulle motivazioni poste alla base del libro,
gli autori che hanno condizionato la scelta degli stilemi narrativi e
l’ambientazione del prossimo romanzo.
Giuseppe Marletta, qui, ha dato il meglio, proprio nel rispondere a Raccasi,
sfatando quel luogo comune che vuole chi fa il suo mestiere un po' distante
da certe situazioni culturali, sfatando un clichè banale e superficiale; il
suo viaggio a ritroso è, per chi non se ne fosse accorto, la rivendicazione
storicizzata di una fondazione culturale, di un orgoglio semantico; ha
evidenziato come la volontà di pubblicare il libro, il demone della penna,
sia stata strettamente legata alla passione per la scrittura ed influenzata,
in analoga misura, dalle occasioni di approfondimento, tutte privilegiate,
della sua professione; le sue fonti, i suoi ispiratori, sono stati autori
come John Grisham, Wilbur Smith e Clive Cussler, segnalando come da
quest’ultimo abbia acquisito la predilezione per un prologo retrodatato nel
tempo rispetto al periodo di svolgimento della vicenda centrale del romanzo
e per la riflessione introspettiva dei personaggi chiave del romanzo, in cui
si affacciano inizialmente raccontando i proprie sentimenti e senza
dialogare con nessuno.
Candidamente ha confessato che la pubblicazione del romanzo rappresenta il
classico sogno dell’infanzia, tenuto per molti anni nel cassetto poiché
impedito dal lavoro e da altre circostanze, ha evidenziato come la
permanenza a Borgo Val di Taro ed il contatto con la sua popolazione abbiano
invece fatto maturare le condizioni per poterlo coronare.
Marletta, visibilmente commosso, sollecitato da una domanda della moglie,
seduta insieme ai tre figli in mezzo al pubblico, ha infine ricordato un
carissimo amico, un collega, prematuramente scomparso (al quale era legato
da una fortissima amicizia), al quale il libro è dedicato; una morte
prematura, probabilmente dovuta a malattia; proprio e forse soprattutto per
questo, ha concluso segnalando che gli eventuali proventi del libro saranno
in parte devoluti in beneficenza, ad Insieme per Vivere, proprio in omaggio
alla forte vocazione altruista dei cittadini borgotaresi.

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