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Borgotaro - Sede della Comunità Montana 15 Gennaio 2011 02

Immagine della presentazione

"La nobildonna", opera prima di Giuseppe Marletta
 

 

Testi e foto di Mauro Delgrosso
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Monia B. Balsamello

Giuseppe Marletta

Maria Giuliana Anelli

Mauro Raccasi
   
Testi e foto di Mauro Delgrosso
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"La Nobildonna", l'opera prima di Giuseppe Marletta, è stata presentata nei giorni scorsi, durante un incontro pubblico, svoltosi in una Comunità Montana gremita; un libro, un romanzo, bello e originale, diverso proprio per la sua perfetta forma, pieno di spunti e di sollecitazioni emotive sull'Italia, vista dal punto di vista di un carabiniere di leva, partito da una Borgotaro immaginaria, ma non troppo, e catapultato in una Sicilia perfettamente descritta.

    

78 pagine, in una sera. Le prime pagine del romanzo di Giuseppe Marletta, la sua opera prima, sono volate. Interrotte solo dalla notte, ormai fonda. Piacevoli, chiare, scritte, finalmente, in italiano. Scritte, come il resto del romanzo, con amore e sensibilità, propria di chi conosce, di chi osserva, di chi approfondisce. In grado di raccontare i tanti volti di un'Italia vera. Complessa, a tratti buona e a tratti disarmante e tremenda, ma vera.

Una visione, portata, con una finzione, indietro nel tempo di 30 anni, negli anni di piombo, nella vita confusa e pericolosa degli anni '70; il punto di vista di un carabiniere di leva, figlio di carabiniere e di un'unione di culture italiche, partito da una "Borgotaro" immaginaria ma non troppo, catapultato in una Sicilia, in terra catanese, tanto bella quanto pericolosa, per il fenomeno della mafia. L'orgoglio, la sicurezza materna, di essere parte di un'istituzione, l'Arma, unica nel suo genere, che ha accompagnato, e a volte gestito senza assumersene merito, la crescita di una nazione complessa da interpretare, da assemblare, da armonizzare. La volontà di risolvere un caso, l'omicidio della "nobildonna", appunto.

Il lavoro di Marletta è si un romanzo, ma è anche un accurato spaccato sociologico, formidabile, quasi un libro di testo scolastico, utile a capire cosa siamo, cosa siamo diventati e come lo abbiamo fatto. Un romanzo italiano, con descrizioni formidabili delle bellezze che ci circondano, scritto da chi l'Italia la tiene unita, la serve. Senza retorica, senza facili battute.

Il libro è stato presentato nella sala consiliare, gremita di pubblico, della Comunità Montana, a Borgotaro, alla presenza di vari esponenti della società civile e di varie autorità locali; al tavolo dei relatori si sono alternati Monia B. Balsamello (critica e consulente editoriale di “Ibiskos Editrice Risolo”, la casa editrice del romanzo), Mauro Raccasi (giornalista e scrittore di Parma), Maria Giuliana Anelli (insegnante di lettere presso l’istituto “Zappa Fermi” di Borgo Val di Taro) e, ovviamente, l’autore.

Maria Giuliana Anelli, che, illustrata una breve biografia dell’autore, si è soffermata sul significato del libro e sui suoi tanti riferimenti sociali, culturali, di connotazione delle tante realtà italiane; ha evidenziato come l’autore sia riuscito a dare dell’Arma una visione dal suo interno, tratteggiando i legami fraterni, profondamente umani, esistenti tra i suoi componenti e l’attenzione mostrata verso chi giungeva in un nuovo reparto, in un nuovo luogo d'Italia; ha posto l'accento su varie connotazioni culturali, dovute alla passione dell’autore per le letture ("per poter saper scrivere, prima bisogna leggere tantissimo"); non ha mancato di osservare i riferimenti per il modo con cui viene tratteggiato l’amato, indimenticabile e nostalgico, paese d’origine, ovvio punto di riferimento, ma anche Borgo Val di Taro (entrambi indicati con nomi di fantasia), nel quale ha trovato le condizioni per poter portare a compimento il suo sogno, la stesura del romanzo, appunto; ha trovato molto belle, affascinanti, le descrizioni innamorate della Sicilia, dei suoi splendidi paesaggi, sotto l'oppressione oscura presenza della mafia, che ne condiziona un positivo sviluppo. Un episodio su tutti, uno degli episodi storici tuttora avvolti dal mistero: la strage di Portella della Ginestra del 1947, in cui si coglie l'occasione per far nascere un forte ed acceso dialogo tra due personaggi positivi ed alcuni inquietanti e potenti individui, tutti intenti a sminuire la portata del fenomeno ed a deridere gli onesti cittadini. A negare l'evidenza.

Monia B. Balsamello, con il suo parlare toscano, invece, ha descritto i particolari più specificatamente tecnici e linguistici, esponendo il genere letterario (“thriller poliziesco”) a cui il libro fa chiaro riferimento ed il modo in cui l’autore ha declinato i dettami di quel genere, in cui ha trovato i segni dell’opera di alcuni grandi scrittori, evidenziando come le loro influenze non siano prevalse sulle specificità dell’autore. Ha infine definito raffinato, quasi aulico, lo stile di Marletta, ben utilizzato per rendere ben affrontabili alcune situazioni drammatiche.

Mauro Raccasi, affermato scrittore di Parma, anche lui carabiniere figlio di carabiniere e immerso nella cultura dell'Arma, ha invece duettato con l’autore, con alcune domande sulle motivazioni poste alla base del libro, gli autori che hanno condizionato la scelta degli stilemi narrativi e l’ambientazione del prossimo romanzo.

Giuseppe Marletta, qui, ha dato il meglio, proprio nel rispondere a Raccasi, sfatando quel luogo comune che vuole chi fa il suo mestiere un po' distante da certe situazioni culturali, sfatando un clichè banale e superficiale; il suo viaggio a ritroso è, per chi non se ne fosse accorto, la rivendicazione storicizzata di una fondazione culturale, di un orgoglio semantico; ha evidenziato come la volontà di pubblicare il libro, il demone della penna, sia stata strettamente legata alla passione per la scrittura ed influenzata, in analoga misura, dalle occasioni di approfondimento, tutte privilegiate, della sua professione; le sue fonti, i suoi ispiratori, sono stati autori come John Grisham, Wilbur Smith e Clive Cussler, segnalando come da quest’ultimo abbia acquisito la predilezione per un prologo retrodatato nel tempo rispetto al periodo di svolgimento della vicenda centrale del romanzo e per la riflessione introspettiva dei personaggi chiave del romanzo, in cui si affacciano inizialmente raccontando i proprie sentimenti e senza dialogare con nessuno.

Candidamente ha confessato che la pubblicazione del romanzo rappresenta il classico sogno dell’infanzia, tenuto per molti anni nel cassetto poiché impedito dal lavoro e da altre circostanze, ha evidenziato come la permanenza a Borgo Val di Taro ed il contatto con la sua popolazione abbiano invece fatto maturare le condizioni per poterlo coronare.

Marletta, visibilmente commosso, sollecitato da una domanda della moglie, seduta insieme ai tre figli in mezzo al pubblico, ha infine ricordato un carissimo amico, un collega, prematuramente scomparso (al quale era legato da una fortissima amicizia), al quale il libro è dedicato; una morte prematura, probabilmente dovuta a malattia; proprio e forse soprattutto per questo, ha concluso segnalando che gli eventuali proventi del libro saranno in parte devoluti in beneficenza, ad Insieme per Vivere, proprio in omaggio alla forte vocazione altruista dei cittadini borgotaresi.

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