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Bardi,
nella splendida cornice dell'auditorium di San Francesco, ha
accolto un'importante opera teatrale di Gianna Deidda, ispirata ad una
intervista, fatta nel 1979, ad una contadina del 1910, in relazione
alla condizione femminile.
Una prima collaborazione giornalistica, da Bardi, di Ida Albianti. |

Bardi – La donna onorata attraverso l’arte del teatro dall’Associazione “Il Cammino Val Ceno” e dall’Amm.ne Comunale.
Domenica 9 marzo 2008, alle ore 16,00, presso l’Auditorium di S. Francesco, a Bardi, è stata presentata una pièce da Gianna Deidda, intitolata “Intervista a Maria”, interpretazione fedele e felice di una vera intervista, fatta nel 1979 dall’antropologa Clara Gallini ad una contadina nata nel 1910 a Tonara (Nuoro) e trasmessa alla RAI, sulla terza rete, nel programma “Noi, voi, loro, donna”.
Su scena essenziale, che corrisponde alla casa contadina sarda, alla cucina e al naturale passaggio all’esterno – perché anche l’ambiente è casa, solo più grande – Maria risponde all’invito della giornalista e rievoca tutta la storia della gente di Tonara, della sua famiglia, del suo esser stata bambina e donna e domina del pensiero.
Con la parlata sarda (l’attrice è di origine nuorese) e col tono del racconto confidenziale e fiero, ricordando più con dolcezza che con nostalgia i racconti della nonna e della mamma, da un’età che l’ha resa sempre più libera di dire e nel dire, Maria conduce un’affabulazione semplice e forte sulla vita che è stata, e che potrebbe essere ancora, se soltanto oggi non ci si lasciasse travolgere dal “troppo” che pervade e colma ogni campo.
Con parole che a volte sono carezze e altre volte, pietre – come quelle disposte circolari in scena, insieme a qualche canna a indicare la legna, a un’anfora e a un bacile – con canti di lavoro, d’amore e di morte, con nenie e lievi passi di danza, Maria ci introduce nella lotta quotidiana e perenne che le donne hanno sostenuto – più degli uomini e con maggiore responsabilità – per assicurare il pane alla famiglia, ma anche l’acqua al rione del paese che ne era stato ingiustamente privato (1958), per ottenere e difendere leggi giuste, indispensabile premessa di equilibrio sociale.
In un piccolo paese di contadini e pastori, ove si vendono campanacci per le pecore–guida del gregge, ove si confezionano prelibati torroni, ove le donne portano ogni peso sulla testa, peso appena attutito dal tortillon ottenuto dal fazzoletto, passano tutte le domande sulla vita, individuale e collettiva, sul senso della vita e della morte, sul lavoro, sulla giustizia, sulla bellezza.
L’uomo (non il soggetto di genere maschile!), l’uomo e la donna hanno bisogno di aggrapparsi alla speranza e di coltivare con tutta la loro spiritualità un certo tipo di coraggio, che sempre porta bene e fortuna: il coraggio buono.
Questo, agli occhi di tutti gli spettatori, il frutto di una civiltà che merita nome e … tempo
presente.
Ida Albianti


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