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Un'intervista di
Mauro
Delgrosso
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La
droga,
a
Borgotaro, nel nostro piccolo "paradiso montano": la storia vera di un
mio carissimo amico, un vero eroe, caduto alcuni anni fa nella
disperazione della tossicodipendenza. E rinato, fortunatamente.
Il pezzo,
un'intervista fiume, é lunghissimo, forse troppo
per internet:
ma non volevo banalizzare nulla, volevo scrivere quello che ho provato
nell'ascoltarlo; perdonatemi e abbiate la pazienza di leggere tutto.
Forse vi cambierà. |
Un foglio bianco e
una storia vera da fissare sulla carta.
Ci ho messo più di un mese per cercare di scriverla, di descriverla. E’ la
storia vera di un mio vecchio amico, nato, cresciuto e sempre vissuto a
Borgotaro e dintorni. Lo chiamerò Mario, un nome di fantasia: il vero
protagonista voleva che mettessi il suo nome; l’ho sconsigliato io, per
ragioni di opportunità. Vi assicuro, sul mio onore, che la storia è tutta
vera, niente è inventato.
Ho 37 anni, da sempre frequento orgogliosamente i miei amici, tutti i miei
amici, fortunati e meno; ho la fortuna e la maledizione di conoscere molto
di loro, come loro quasi tutto di me; tutti abbiamo la presunzione di sapere
i percorsi di vita di chi ci circonda. Cresci con gli altri, sei costretto a
dover vivere, a volte a dover un po’ morire, con loro; giorno dopo giorno.
Insieme abbiamo già avuto la tremenda sfortuna di piangere qualche cuore e
qualche sguardo che si è spento, per sempre.
Sono uno curioso di natura e ho anche la fortuna di potermi trovare con
qualcuno che cerca sempre di dirmi la verità, anche se cruda e brutale; che
sa darmi interpretazioni vere della vita e del modo di viverla. Lo scorso Natale,
dopo tanti tentennamenti, ho preso il coraggio ed ho chiesto ad un vecchio
amico carissimo, un con cui ho passato una parte della mia adolescenza, con
cui mi vedo spesso, di raccontarmi la sua discesa nell’inferno della droga e
la sua seconda natività, la sua rinascita. L’ho pregato di parlarmi con il
cuore, con tutta la verità, senza remore, senza scudi. Di cercare di far
capire la cosa ad uno, come me, che non ci ha mai capito niente, che ne è
sempre fortunatamente rimasto fuori. Avevo l’impressione che fosse una
questione di fortuna: dopo il suo racconto ne sono ancor più convinto.
Quando lui si drogava, quando stava sprofondando verso la morte, io lavoravo
e studiavo: pensavo solo a divertirmi, a fare sport, a studiare e ad
insidiare, con pessimi risultati, tutte le ragazze del mondo. Non mi
sfiorava neanche lontanamente l’idea della droga, anzi ne avevo
semplicemente paura: forse solo perché avevo avuto la fortuna di non averla
mai incontrata.
Quando incontriamo un “tossico” dobbiamo sempre pensare che
non è un diverso, un reietto, uno che “in fondo se lo merita”: è solo un
individuo più sfortunato di noi, un essere umano che va aiutato e basta.
Mario, è della classe 1966. Lo invito a cena, a casa mia: mentre io
cucino un piatto di pasta, mi faccio raccontare tutto, con calma, senza
interruzioni.
Mario, lo chiamerò così anche se non è il suo vero nome, è un gran
bel ragazzo, anzi ora è un bel uomo: alto, con dei bei lineamenti, dotato di
un innato spirito umoristico; due occhi vispi, canzonatori, che ti scrutano
con un sorriso ironico d’accompagnamento. Lo conosco da trent’anni; quando
avevamo quattordici anni lo invidiavo un po’: le ragazze più belle,
d’estate, alle feste, avevano occhi solo per lui, sembravano ridere solo
alle sue battute. Aveva il motorino più sfigato della compagnia (un vecchio
Guzzi) eppure "cuccava" più di tutti. E invece, già a quattordici anni, aveva
l’inferno dentro e intorno a lui.
Tutto comincia in una calda e noiosa estate, dopo la terza media: si ricorda
di un milanese, forse un villeggiante, che porta un po’ di novità e di
“fumo” in compagnia; Mario prova, prova e gli piace tantissimo; ad
altri la cosa fa schifo: uno addirittura vomita per una notte intera.
Mario è fregato.
Settembre e i primi passi nelle superiori che vanno male; mi dice: “tutti si
aspettavano che io andassi bene; alle medie non studiavo e andavo bene; alle
superiori non avevo più voglia di fare niente e per questo mi sentii
isolato, continuavo solo a prendere brutti voti, ad essere maltrattato dai
professori”; qui cominciano i primi “cannoni” a ripetizione, già sul treno, al
mattino presto: qui incontra un altro studente, un "anziano", uno di quelli
che ci mette dieci anni a fare le superiori; é un “tossico” storico della Valtaro, uno di
quelli maledetti e affascinanti; lo "studente anziano" é già un uomo, é un
personaggio macabro, ma per i ragazzini ha il fascino delle cose proibite e
pericolose; con i nuovi tossici si comporta come il pifferaio magico con i topolini:
tutti i disperati della scuola, Mario compreso, lo seguono; in tanti iniziano a fare parte del suo club di
ragazzi maledetti, e si rovinano.
Tanto tempo passato a far niente: la sua famiglia e gli amici che si accorgono di poco o niente;
tutti sembrano volergli bene, lui ha una faccia da schiaffi, una grande
capacità di farsi sempre volere bene, di fregare un po’ tutti; magari, forse
anche per comodità, in tanti fanno anche finta di niente. Solo la sorella,
sospetta qualcosa: nessuno le crede, nessuno le vuole credere. “Le famiglie
non accettano di avere il “tossico” in casa, non vogliono vedere quello che
è davanti agli occhi di tutti”. Nessuno interviene, passano i mesi, ed ecco
arrivare l’ossessione, quella vera: quella di fumare tutti i giorni, di
procurarsi il “fumo” prima di ogni cosa. Prima di studiare, prima di uscire,
di fare all’amore con la sua ragazza.
E qui il primo giudizio di Mario:
“le droghe leggere sono droghe a tutti gli effetti. Droghe belle e buone,
con il tempo, quando sei giovane, ti portano alla rovina, ti portano alla
dipendenza fisica e mentale: un conto è farsi una canna da adulti, un conto
è farsela a sedici anni, quando la tua volontà non è ancora sicura. Ti
prende, ti prende dentro e ti toglie la volontà, la voglia di lottare per la
tua vita: hai un problema, ti abitui a non affrontarlo; meglio se e ti fermi
a fumare. Forse ti fermi li, forse no”. E Mario non si è fermato.
Purtroppo.
La
scuola intanto va male, sempre peggio, ti respinge; i professori se ne fregano, anzi
sembri dargli un fastidio tremendo; ti sembra che a nessuno freghi niente,
non sai con chi parlare, anzi non hai proprio voglia di parlare; non
comunichi con nessuno tranne che con i tuoi amici, tossici anche loro; e poi
tu in fondo “stai bene, ti sei fatto una sorta di nuova famiglia”.
Un fatto
rallenta la sua corsa verso il nulla, verso il burrone: il suo "tossico
anziano", il suo idolo maledetto, quello che fa finta di proteggerlo e
intanto lo rifornisce, si sente male:
mentre va a scuola, una mattina, lo trova nei laidi cessi del treno. E’ verde
in viso, svenuto, è pieno di sangue, é sporco ed ha una siringa piantata in un
braccio. Di corsa un’ambulanza arriva alla stazione e parte una crisi
generale, con tante parole inutili, di autorità, di professori, di esperti
tuttologi e di tutti i politici impegnati “nel sociale e nel disagio
giovanile”. Il suo “amico” morirà: non quel giorno, solo qualche mese più
tardi. Solo come un cane, in overdose. Una delle tante vittime. Mi dice: “il
problema dei dottori, del SERT, degli esperti è quello di essere
completamente distanti dal mondo di chi i problemi li subisce, dal mondo dei
giovani; sono chiusi in un ufficio, partono bene ma con il passare del tempo
si trasformano in burocrati, lontani dalle esigenze e dai bisogni dei
tossici. Spesso teorizzano senza conoscere il problema: solo nelle comunità,
nei centri di accoglienza, incontri persone come te, che hanno avuto un
percorso di vita simile al tuo e che ti possono capire ed aiutare”.
L’appuntamento di Mario con l’eroina è solo rimandato. Si passa il
periodo del militare, in una caserma sudicia: qui tutti quelli un po’ strani
li mettono insieme, li radunano quasi per incoraggiarli al suicidio.
Qualcuno, di notte, nelle camerate, piange; piange, si dispera e non fa
altro che farsi con tutto quello che può, anche in vena. L’orrore è di casa
in caserma, in mezzo alla totale e inutile indifferenza generale. Un giorno,
in una libera uscita, Mario telefona a casa, alla morosa: è depresso,
stanco, sudato e umido dal suo vivere quotidiano. Lei non lo sopporta più,
lo lascia. Lo abbandona. Quella notte, fuori dalla caserma, è lunga, è
tremenda da affrontare da solo. C’è un commilitone, uno che sta per
congedarsi: vanno in un bar, vanno e si fanno. Mario per la prima
volta di eroina: la fiuta, davanti allo specchio rotto di un cesso di
periferia. La cosa lo prende, lo fa sentire invincibile, gli fa dimenticare
tutto il male che gli ha fatto la sua donna. Lo rende diverso e migliore ai
suoi occhi. Ancora oggi il suo sguardo, quando ne parla, pensa e vede ancora
qualcosa di lei nella sua mente. La immagina e la vede ancora, lo si vede.
Forse la odia. Forse la ama ancora.
Passa anche il militare: un lungo periodo a farsi solo i cannoni, tantissimi
cannoni. Poi la ricerca di un lavoro, l’appartamento in città, con altri
amici, “per dividere le spese”. In realtà sono tutti tossici, in varia
misura ma tossici: hanno così la scusa per scappare dal paese e farsi in
pace. Cannoni, ancora cannoni: “ero diventato completamente dipendente dagli
stupefacenti, da quelli che alcuni definiscono droghe leggere, ma che sono
degli stupefacenti; un giorno rimasi senza niente con cui sballarmi, per
cercare di far l’amore con la mia ragazza; senza “roba” non riuscivo neanche
a desiderarla; ero così in crisi che mi ritrovai a cercare gli avanzi di
“roba da fumare” nei posacenere di casa, nelle pattumiere; come un accattone
ho svuotato tutto e mi sono arrotolato quello che avevo racimolato in un
pezzo di carta. Pazzesco”.
E poi arriva di nuovo l’eroina, prima poca, saltuariamente. Poi a fiumi,
tutti i giorni. Fino al primo buco: per distrazione, per incoscienza, per
casualità; avviene con una siringa, a casa da solo, un sabato pomeriggio;
tutto a causa della bustina, che non conteneva più polvere, ma una poltiglia
impossibile da sniffare; la necessità di farsi per la prima volta in vena,
l’inizio di un altro e peggiore incubo. Ricorda: “quando ci sei dentro, non
ti accorgi di nulla, tutto ti sembra naturale, tutto quello che ti fa star
meglio va bene, in qualsiasi modo”.
Mesi passati in questo modo. Mesi dove nessuno ti cerca, ti parla. Lavori e
ti droghi, non pensi neanche più al piacere, al mangiare, al sesso, agli
amici. Il gruppo di “amici” si trasforma sempre più in un clan di malati,
una casta ristretta di malati: solo droga nei pensieri, nelle parole, nelle
intenzioni. Mario non ruba per farsi, non si prostituisce. Non ne ha
bisogno: lavora molto, tutto il giorno su un camion, per chilometri e
chilometri. Tutto quello che guadagna lo spende, acquista per tre, taglia
con il lattosio per cinque e ridistribuisce agli “amici”. Come prima
qualcuno aveva fatto con lui. La “roba” la trova ovunque: non sono gli
spacciatori che ti cercano, sei tu che cerchi la “roba”; e lei ha sempre uno
spacciatore al servizio. Lo spacciatore è un poveraccio come te, che campa
sulle disgrazie di un altro.
“Ricordo un pomeriggio: per farmi, sono dovuto andare fino a Milano, in un
quartiere di periferia; lo spacciatore, un ragazzetto giovane, per farsi
dare le dosi ha chiamato come niente fosse la nonna alla finestra, in un
casermone enorme, ad un piano alto. Mi ricordo ancora la frase: “nonna,
butta 5 grammi!”. Mario mi dice: “Ai tempi mi misi a ridere, per la
scena surreale. Ora… meglio non pensarci!”
Tutto prosegue nella normale routine allucinata fino al giorno della
“roulette russa”: “ero stanco morto, avevo guidato tutto il giorno, con il
solito sali e scendi
dal camioncino; la roba ce l’avevo in mano, pronta che mi guardava, mi
cercava; entro in casa e non trovo neanche una siringa nuova, ancora
sigillata. Di uscire e andare in farmacia, anche se a cento metri, neanche a
parlarne; non mi reggo in piedi. Trovo due siringhe: la mia e quella di un
altro inquilino. L’altro aveva una pessima cera, una faccia da tossico vero,
non come me”. Aggiunge: “ avevo paura dell’AIDS, ma la droga vince anche
questi terrori. E scelsi. Lavai bene la siringa con l’acqua calda, pensando
di combinare qualcosa di buono: mi feci. Passano pochi giorni e
improvvisamente mi sentii male: entrai in un bar, andai in bagno per fare
pipì, colpito da atroci dolori. Mi accorsi di stare male come mai mi era
accaduto; mi accorsi che il colore della mia urina era marrone scuro, quasi
nero. Svenni dallo spavento. Mi trascinai a casa, in camion, in mezzo al
traffico. L’ambulanza, e poi il ricovero in ospedale: la diagnosi fu
terribile ma non fatale: epatite virale”.
E’ stata la fortuna di Mario: i medici chiamano la famiglia. Chiamano
e spiegano tutto. Mario mi dice: “ai piedi del mio letto,
guardandomi, mia madre è invecchiata di colpo di vent’anni. Ho pensato
morisse di dispiacere, di vergogna. Ho pianto, mi sono sentito ancora più
male. Una persona, a cui tenevo tantissimo, mi guardò e alla mia ennesima
balla, alla mia giustificazione impossibile, mi colpì con una frase
indimenticabile: “dovresti sentirti una merda, guarda cosa stai facendo a
tua madre! Decisi in quel preciso momento di smettere, di smettere di farmi
del male e soprattutto di far soffrire mia madre e le persone a cui volevo
bene”. Passano pochi giorni e dall’ospedale, dopo la disintossicazione
chimica, si passa direttamente ai gruppi di accoglienza di una struttura per
il trattamento delle tossicodipendenze: i giorni, per tredici infiniti mesi,
sono tutti uguali; si parte da casa, si va ai gruppi di ascolto, ci si
confronta, si cerca di capire e poi si torna a casa. Senza poter più
rivedere un “amico”, una persona che potesse rappresentare un ricordo del
passato recente di tossicodipendenza; anche solo di striscio. Una specie di
segregazione volontaria, di totale e completo taglio con il mondo fino ad
allora frequentato. Una vera tortura. Sempre accompagnato dalla sorella o da
un familiare stretto, divenuti una sorta di inflessibili guardiani.
Cominciano i miracoli, le riscosse, la risalita: dal passato, senza niente
chiedere, solo per il fatto che esiste anche l’amore, emergono due vecchi
amici, due di quelli veri, che possono anche morire per qualcuno che sentono
avere nel cuore: gli stanno vicino, lo aiutano, lo proteggono, lo fanno
sentire di nuovo vivo.
Fino all’accettazione del proprio stato d’essere e al convincimento di
essere stato tossico, di avere un disperato bisogno di aiuto. Seguono quasi
quattro anni di comunità, di dure regole, di vita ordinata, di ritmi
quotidiani e di ambienti protetti. “Le regole sono quelle che mi hanno
salvato, che mi hanno recuperato: non mentire a te stesso è la più
importante.” Insieme ad altri sfortunati, tantissimi malati di AIDS: “molti
sono morti, con tanti ero diventato amico e li ho persi, con un altro tragico e
immenso dolore”. In comunità si creano dei legami, degli affetti. La morte e
la droga colpisce anche quelli, anche dopo anni. Mi dice: “più di una volta
ho pensato di mollare tutto, di lasciarmi di nuovo scivolare nel nulla; una
notte rimasi per ore davanti alla “regola” (un cartello di regole e di
massime) a riflettere da solo, al freddo e al buio, a bestemmiare di rabbia:
forse, quella notte, affrontai il mio demonio, forse lottai per la mia anima
e per il mio futuro; e me la cavai, con tanta rabbia, ma me la cavai”. Poi
venne il giorno della licenza, del congedo, del ritorno al mondo civile,
della rinascita: una cerimonia semplice, con altri due ospiti. Finalmente
una notte, dopo tanti anni, passata in libertà, senza nessuno che ti
controllasse, senza l’assillo delle regole imposte, solo con la tua
coscienza e di nuovo con il tuo futuro.”
Perché parlare di questa storia? Perché cercare di capire? Perché quello che
è successo a Mario sono convinto che poteva succedere ad ognuno di
noi, almeno a quelli che conosco.
Un giorno maledetto, poteva succedere di incontrare qualcuno che invece di
invitarti a giocare a basket o a correre in moto per sfogare la rabbia di un
periodo nero, ti offriva un bel cannone. O peggio. Poteva succedere di avere
i genitori distratti, troppo distratti. Poteva succedere di incontrare
l’amore sbagliato, uno di quelli che purtroppo (e succede) ti portano alla rovina. Poteva succedere
di sbagliare strada, di non vedere un futuro e di lasciarsi andare nel
nulla. Poteva succedere a noi ed è successo ad un altro, ad un amico. A
Mario, appunto.
Ora Mario lavora, si è sposato, ha avuto un bellissimo dono: la sua “Ninì”,
una splendida, intelligente e vivace bambina di 3 anni. E’ fuori dalla droga
dal oltre dieci anni. E’ orgoglioso di essere stato un tossico vero, con
tutto quello che di male gli ha comportato; e di essere riuscito ad uscire
dall’incubo della droga. Ha, e continua ad avere, il coraggio di dirlo; ha la
voglia di aiutare tutti quelli che possono averne bisogno. Mi dice un’ultima
cosa: “se un giorno mi vorrò suicidare, se vorrò morire nel peggior modo
possibile, tornerò a drogarmi”.
Sono orgoglioso di essere amico di Mario e di poterlo frequentare, di
potergli parlare insieme: per me è un eroe, una specie di reduce vittorioso
di una lunga e tremenda guerra, purtroppo piena di vittime, di carnefici e di morti.
Merita rispetto.
Gli faccio un’ultima domanda, mentre prendiamo il caffè: “cosa dirai alla
tua bambina, se dirai qualcosa?“
Mi risponde, dopo averci pensato a lungo, dopo che il suo sorriso
canzonatore è diventato improvvisamente preoccupato: “verrà un giorno,
l’abbraccerò e le dirò tutto, con tutto l’amore del mio cuore; le racconterò
tutto, tutta la mia tragedia, cercando di metterla in guardia; le racconterò
tutto l’orrore e la disperazione che ho provato e che ho fatto provare alle
persone che mi stavano intorno.
Cercherò di proteggerla in ogni modo dal male che la droga, ogni droga, può
fare ad un essere umano”.
Se volete mettervi in
contatto con "Mario" potete scrivere a:
storiavera@valtaro.it

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