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| Borgotaro, Museo delle Mura | Sabato 1 giugno 2002 | ||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||
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Immagini
dell'inaugurazione della mostra |
Inaugurata la mostra di
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E' la prima volta
che il Museo delle Mura e L'Amministrazione Comunale di Borgotaro
(l'Assessore Ernesto Ferri) accoglie un fotografo: un fotografo molto vicino
alla pittura. Davoli infatti sviluppa le sue opere collegandosi in modo
dichiarato al pittore Adriaen Coorte (autore fiammingo del XVII sec.). Gli
oggetti, il piano d'appoggio, lo sfondo tendente al nero, al buio. Sarà possibile prenotare attraverso il portale Valtaronetwork il numero speciale (fascetta segnalibro) della Rivista FMR con le immagini di Mauro Davoli. Nei prossimi giorni saranno messe in linea le modalità per l'acquisto on-line. per approfondimenti su Mauro Davoli: PS: scusa Mauro; non inorridire per le foto del servizio... Lo
pseudo-Coorte 1.
Sono fotografie o sono quadri? Sono fotografie ma guardandole abbiamo l’
impressione che si tratti di quadri. La somiglianza tra fotografie e quadri
è un fenomeno frequente. Accade, a chi va in giro con una macchina
fotografica, di sorprendere la realtà in atto di plagiare le opere
d’arte. Gli oggetti, e le persone, risono disposti da soli nello spazio in
modo da evocare un’ immagine che esiste in un museo o in un libro. Basta
inquadrarli, separandoli dal resto, e scattare la foto: la somiglianza
apparirà fragrante. 2. Sebbene l’ effetto finale - la somiglianza tra la fotografia e il quadro – possa apparire identico, le opere di Mauro Davoli nascono da un procedimento che è quasi l’opposto di quello adottato dai cacciatori di somiglianze tra arte e realtà. Come
ha proceduto Davoli? 3.
Quest’ arbitrario ‘ puntamento dell’attenzione ’ è stato, senza
dubbio, una delle prime esperienze estetiche dell’ uomo. Forse i
presupposti dell’arte si sono creati il giorno in cui un nostro
lontanissimo antenato (forse nemmeno troppo intelligente) si è messo a
fissare la forma di una cosa – di una qualsiasi cosa – senza un perché.
Quando questo sia avvenuto non lo sappiamo. Sappiamo però -
lo attesta Zhuang-zi – che nell’antica Cina esisteva l’abitudine di
“ osservare assiduamente il cielo attraverso un tubo sottile, e di
giudicare le opere d’ arte guardandole attraverso una stretta fessura”.
Tubi sottili e fessure che favorivano l’arbitrario ‘ puntamento ’
dell’attenzione su una cosa certa, a esclusione del resto. 4. Credo che ognuno di noi, almeno durante la sua infanzia, abbia sperimentato la facile magia del ‘ puntamento ’ – magia che spesso si vale di uno spiraglio, o di un oggetto di forma tubolare, ma a cui può bastare una mano usata a mo’ di cannocchiale o anche niente. Si tratta, com’è evidente, di una cosa o un dettaglio, staccandolo dal resto. Si provi, per esempio – in un àmbito che non è più puramente visivo – a isolare una parola o un segmento di frase da un testo letterario: subito lo vedremo acquistare una densità fonica e simbolica che la colata del discorso e i meandri della sintassi c’impedivano di percepire. Con i suoi a capo e i suoi spazi bianchi, la poesia tende appunto a favorire questo tipo di operazioni. Questi clangori che perforano la nebbia. Questi raggi di luce che si posano su poche sillabe facendole brillare. 5.
Le ‘robe ’ scelte da Davoli sono di facile reperimento,e dunque, in
questo senso, ‘semplici ’. Ma, su un altro piano, quest’aggettivo
suona poco persuasivo: giacché basta che ne consideriamo
con attenzione una sola – che ne valutiamo peso e consistenza, che
la facciamo ruotare nello spazio osservandola successivamente
da tutti i lati ( non è facile immaginare il ‘ preparatore ’ in
atto di compiere questi approcci rituali) e subito ci accorgiamo della sua
complessità e, diciamo pure, della sua essenziale stranezza. Perché le
cose – tutte le cose dell’ Universo – sono strane, e basta isolarne
una perché la sua stranezza acquisti risalto. 6. Mi dimenticavo del tavolo. Ci si dimentica sempre del tavolo, quando si guarda una natura morta; eppure il tavolo è l’unico elemento da cui davvero non si può prescindere. Quando gli uomini cercano di mettere a punto un’immagine mentale del cosmo, la prima cosa a cui pensarono fu un tavolo. Un bel tavolo solido, sul quale tutto quello che esisteva stava appoggiato. Tutt’intorno c’erano colline, montagne, fiumi, mari e miliardi di altre ‘ robe ’; ma sotto continuava ad esistere una piatta, silente, squadrata e geometrica superficie che costituiva l’ossatura e il sostegno della realtà. Qualcosa di simile a quel tavolo primigenio fu necessario a Coorte e ora a Davoli per realizzare le sue opere: un supporto sicuro, sul quale disporre a una a una le cose che a scelto, sottraendole al destino comune di tutti gli oggetti ( e anche, ahimè, di tutte le persone) che è quello di vivere in un Universo folto e gremito, anche troppo. Quel tavolo deve essere vuoto: una tabula rasa, netta e impeccabile come un altare. Solo dopo aver accertato che è proprio così o, in caso contrario, dopo averla nettata e ripulita ben bene, si potrà procedere a disporvi sopra i pochi elementi destinati a far parte della composizione. Operazione da compiere lentamente, con sapienza e grande cura. 7. A volte noi ci comportiamo come Davoli, ma per altre ragioni. Quando i nostri tavoli da lavoro sono troppo ingombri e disordinati, tanto che lavorare diventa impossibile, noi prendiamo pochi oggetti e li trasferiamo su un tavolo sgombro. Sul tavolo da lavoro originale, gli oggetti che avevamo selezionato avevano, in certo modo, smarrito la loro forma: tant’è vero che, quando ne avevamo bisogno, non riuscivamo più a trovarli, nemmeno se li avevamo sotto gli occhi. Sul nuovo tavolo da lavoro, invece, li vediamo subito, come se avessero recuperato la forma perduta, e possedessero, rispetto a prima, un surplus di realtà. Insomma, un trasferimento di oggetti, dovuto a esigenze pratiche, ha provocato ‘trasferimenti ’ e alterazioni sul piano estetico. La penna è tornata ad essere penna, il libro libro; e noi siamo indotti a valutarli di nuovo, anche in termini di disegno, di colore, di ruvidezza, di liscezza, eccetera. 8. Una delle prime regole di quell’arte della composizione che Davoli pratica quando dispone un certo numero di oggetti (pochi) sul piano sgombro di un tavolo sta nella creazione di intervalli, di spazi vuoti. Gli spazi vuoti sono tutto. Guardiamo una casa che si accascia, colpita da un sisma o da cariche esplosive sistemate dall’uomo. Dopo il crollo i materiali continuano ad esistere. Quello che non c’è più, che è evaporato, sono gli spazi vuoti che facevano di quel cumulo di materiali, ora ridotti a macerie, una casa, un riparo. La distruzione e il disordine ( o quello che noi chiamiamo disordine: non bisogna dimenticare che certi ambienti – per esempio il cosiddetto ‘Creato ’ – forse sono a loro modo ordinati, però il loro ordine è così complicato e vertiginoso da riuscire per noi altamente incomprensibile) nascono dalla soppressione dei vuoti. 9. Qualcuno ha detto, non senza arguzia, che il tempo è un espediente inventato dal buon Dio perché le cose non accadano tutte insieme; e in effetti di tanto in tanto ci viene concesso un po’ di respiro. Per la stessa ragione è stato inventato lo spazio: per tenere separate le cose. Quando non c’è più spazio – quando le cose sono ammucchiate una sull’altra – la nostra scrivania diventa inservibile. 10. Occorre dunque (e questo è vero anche quando si scrive ) creare per prima cosa dei vuoti, delle pause, un ritmo. Il ritmo, si sa, è un fenomeno misterioso. Attinge dal fondo, sempre un po’ offuscato, delle nostre esperienze sensoriali; e nel caso di Davoli questo fondo include, senza dubbio, molti libri sfogliati, molti musei visitati, e insomma il ricordo di molti artisti e di molti quadri – fra cui, naturalmente, moltissime nature morte. A chi sta pensando, Davoli, mentre dispone le sue conchiglie, le sue noci, i suoi kiwi sopra un tavolo vuoto? Vorremmo trovare un nome, anzi a tratti ci sembra che il nome sia lì, sulla punta della lingua. Nome forse olandese o fiammingo, forse spagnolo. Ma, per quanti sforzi facciamo, non riusciamo ad articolarlo. E l’impressione finale è questa: che Davoli si sia impadronito della ‘cifra ’ formale di un certo ‘genere ’, tanto da poterlo ‘trattare ’ agevolmente con altri mezzi; e che la sua sia un’ opera colta, realizzata – senza nessuna visibile intenzione di ‘citazione ’ e parodia, e dunque senza concessioni al ‘ postmodernariato ’ – con semplicità e naturalezza. 11. La natura morta è una forma d’arte ‘privata ’, concepita non per grandi spazi e saloni, ma per ambienti domestici, e per una contemplazione ricca di pause e di indugi. Queste piccole coalizioni di oggetti ci invitano a riflettere ora sulla diversità delle forme ( ecco una conchiglia ricca di punte e di aculei vicino un’altra meravigliosamente arrotondata e smussata). Ora sulle scale di grandezza. Ora sugli involucri e sulle loro caratteristiche tattili (dal kiwi morbido e coperto di una lieve peluria alla durissima e rugosa noce). Ora sui rapporti tra esterno e interno ( e infatti vediamo spesso, vicino a un frutto intero, un frutto tagliato a metà). Ogni giustapposizione rafforza un sentimento già ‘promesso ’ dal ritmo dell’opera, insomma dal suo giuoco di pieni e di vuoti: quello dell’imminenza di un ‘senso ’, che tuttavia resta per noi inafferrabile. Ci troviamo di fronte a dei ‘rebus ’ (proprio questa, da un punto di vista etimologico, sarebbe la parola giusta) che che non hanno soluzioni accertabili. 12.
“ Che ne è stato del resto?” E’ questa la domanda che può affiorare, una volta
penetrati in un certo ordine di rappresentazione – ordine che prevede solo
pochi oggetti disposti su un tavolo. E questa domanda diventa più ansiosa
se, tra gli oggetti, scorgiamo un libro. Una clessidra. Un teschio.
Celebrare la diffusione della natura era stato, per certi pittori ( basti
ricordare un Bartolomeo Bimbi), e in una data stagione, l’intento degli
autori di nature morte; ma in alcuni, penso a certi spagnoli e fra gli
olandesi soprattutto a Adriaen Coorte, il carattere di questa forma d’arte
cambia. Si rinuncia alla sovrabbondanza, e alle sue pompe; ci si limita a
mostrare poche cose – quasi residui di un mondo che non c’è più; e la
sensualità, comunque necessaria a chi si proponga una rappresentazione
fedele di forme e di materiali, si tinge di malinconia. La natura morta è
diventata meditativa, e la meditazione approda al pensiero delle cose
ultime, della fine. E’ così che si giunge alla ‘ Vanitas ’. Giovanni Mariotti
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