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Berceto  28 Giugno 2009 02

Immagini dalla cerimonia di commemorazione

Il ricordo della Battaglia della Manubiola 

 

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Testi di Patrizia Tagliavini, foto, video e ricerche storiche di Valerio Agitati  
Attenzione
: il  materiale fotografico e i testi riportati sono di proprietà del portale Valtaro.it; é espressamente vietato l'utilizzo in qualsiasi forma, anche parziale o modificata, e per qualsiasi motivo.

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Testi di Patrizia Tagliavini, foto e ricerche storiche di Valerio Agitati  
Tutti i diritti sono riservati, proprietà esclusiva del portale Valtaro.it, é vietata ogni forma di utilizzo non autorizzato.

Valtaro

 

La battaglia della Manubiola, avvenuta nel 1944, tra partigiani e forze di occupazione tedesche. Il ricordo di Patrizia Tagliavini, allora bambina, caduta improvvisamente nella sanguinosa guerra dei grandi. Una pagina importante della nostra storia, interessante per conoscere alcuni aspetti del carattere della gente della Valtaro.
Ogni anno, le delegazioni dei Comuni di Berceto e di Borgotaro, gli esponenti locali dello Stato, i rappresentati delle Associazioni Partigiane, nonché molti cittadini, commemorano sui luoghi della battaglia l'accaduto,  rendendo onore a tutti i caduti.
La riproposta di un articolo pubblicato nel 2006, a firma di Patrizia Tagliavini, particolarmente centrato per comprendere un periodo storico particolarmente importante

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Giugno 1944: siamo nel pieno della sanguinosa Seconda Guerra Mondiale. La Valtaro, sotto la spinta della guerra partigiana, si solleva e diventa autonoma. In tanti aspettano l'imminente l'arrivo delle armate alleate; in tanti vogliono autodeterminarsi, prima dell'arrivo di altri eserciti, dalla lingua sconosciuta. Attesero invano; forse volutamente per calcolo politico degli Alleati, forse per eccesso di ottimismo: ci vorrà quasi un anno, tante tragedie umane e tanto sangue innocente per vedere di nuovo la libertà. Intanto si combattono tante battaglie, con una chiara distinzione di ruoli e di territori; qui avvengono degli scontri che vedono, caso rarissimo in Italia, le formazioni partigiane ben organizzate attaccare, con successo, le forze d'occupazione tedesche. Di seguito pubblichiamo i ricordi di Patrizia Tagliavini, stimata e conosciuta animatrice culturale valtarese: all'epoca aveva 7 anni; i fatti di quei giorni la segnarono per sempre.

I video della commemorazione, avvenuta nei giorni scorsi:

 

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30 Giugno 1944: I sentieri della memoria, di Patrizia Tagliavini

Era il giorno del mio settimo compleanno, il primo che festeggiavo fuori casa, la mia comoda casa di Borgotaro. Infatti, a causa dei frequenti bombardamenti aerei che avevano come bersaglio il ponte ferroviario, i miei genitori avevano deciso di trasferirsi in una piccola casa nei boschi di Frascara, lontana e nascosta dalla strada provinciale. Vi si arrivava da un sentiero sterrato che partendo dalla strada per Berceto s'inoltrava nel bosco.
Era un giorno caldo e sereno. La notte precedente era piovuto e il bosco, lavato e splendente sotto il sole, sembrava nuovo di zecca. Vicino a noi, nella stessa casa, abitava un'altra famiglia sfollata come noi dal Borgo e così avevo anche un'amichetta di poco più grande di me: la Mirka. Aveva un fratello di circa dodici anni ed una cuginetta di appena sei mesi.
La Mirka ed io eravamo uscite presto per andare nel bosco a raccogliere radici di liguerizia, vicino alla fontana. Mentre eravamo chine, intente alla nostra raccolta,due grosse scarpe infangate si materializzarono accanto a noi: alzammo gli occhi e...
Quelle scarpe appartenevano ad un giovane che stava fermo davanti a noi, tutto sporco di sangue. .
Lo so, è strano che un giovane grande e grosso chieda aiuto a delle bambine, ma purtroppo nel tempo di guerra i ruoli non avevano più spazi ben definiti e spesso le parti s'invertivano intrecciandosi in situazioni a volte grottesche.
Conducemmo il giovane a casa nostra e mio padre lo fece spogliare dei suoi panni insanguinati e lo rivestì con i propri nascondendo tutto sotto le piane della cucina. Il giovane uscì rapidamente (la ferita che mio padre gli aveva medicato fortunatamente era leggera) ma prima disse qualcosa che io non capii. Ben presto il giovane sparì nel bosco. A noi bambine fu proibito di uscire e, in casa, tutti si affannarono ad ammonticchiare seggiole e tavoli contro l'uscio e le finestre furono immediatamente chiuse con gli scuretti come fosse notte.
Fatica inutile: di lì a poco tanti soldati tedeschi villani ed inferociti irruppero nella nostra cucina imprecando nella loro dura, incomprensibile lingua.
Ci fecero uscire in malo modo dopo aver fatto razzia di tutto ciò che di commestibile c'era in casa. La mamma, per festeggiarmi aveva fatto la crostata di ciliegie, c'era il pane bianco e un bel salame da affettare, il vino e i tortelli di erbette.
Alcuni soldati misero al muro gli uomini puntando i fucili per ucciderli e gli altri tedeschi s'inoltrarono nel bosco alla ricerca di altri ostaggi o forse del partigiano ferito.
Dopo interminabili momenti di terrore i tedeschi decisero di non fucilare gli uomini al muro (c'erano fra loro anche mio padre e il padre e lo zio della mia amica), ci incolonnarono tutti fra due ali di tedeschi con i mitra puntati verso la strada provinciale. Invece di farci camminare sul sentiero ci condussero lungo un ripido pendio fra le piante di ciliegi selvatici, cariche di frutti gialli e rossi, così dolci.
Intanto quei soldati che si erano addentrati nel bosco avevano ucciso due anziani uomini che non avevano avuto altra colpa se non quella di essersi trovati sul loro cammino, o forse volevano sapere del partigiano ferito?
In un orto vicino un uomo lavorava la terra in compagnia del suo cane. Lo apostrofarono in malo modo e lo minacciarono con il fucile. Il cane, per difenderlo, azzannò un tedesco. Questi, furibondo e dolorante, uccise l'uomo percuotendolo con il calcio del fucile.
Arrivammo, fra i soldati con i mitra puntati, alla strada provinciale. Ci misero in cerchio, in una radura al lato della strada dove oggi sorge una piccola Maestà, e dopo interminabili istanti di terrore, durante i quali i tedeschi ci puntarono addosso i loro fucili, come a voler fare una macabra gara di tiro al bersaglio, uccisero Jack, il povero cane reo di aver difeso il suo padrone.
Dopo questa atroce bravata ci fecero salire su una decina di autocarri allineati sulla strada ed io fortunatamente ero insieme a mamma e papà.
Non sapevamo dove ci avrebbero portato e se chiedevamo qualcosa loro fingevano di non capire la nostra lingua. Eravamo ostaggi, presi in uno dei più sanguinosi episodi di rastrellamento avvenuti nella nostra valle.
Avevo sette anni e già Pollicino, abbandonato nel bosco, Biancaneve con la sua cattiva matrigna mi sembrarono subito più fortunati di me, in quella terribile situazione.
Caricati tutti sui camion tedeschi, seduti sulle panchine laterali sotto la minaccia delle loro anni e il tiro delle mitragliatrici, avevamo l'ordine di alzarci in piedi e di far loro da scudo ogni qual volta fossimo stati intercettati da aerei nemici.
Non vi racconto del viaggio angoscioso, della battaglia sanguinosa che ne seguì. Tutto questo potete leggerlo nel libro La seconda Julia nella resistenza di Sergio Giliotti, perché tutto fa parte della storia, quella con la S maiuscola, quella che si legge nei libri di scuola; darò. invece qualche piccola notizia per chi leggerà questo racconto all'età che avevo io al momento della storia.
Quel giorno io indossavo un abito di pizzo bianco che la mia mamma aveva ricavato da una camicia della nonna; era molto bello e servì poi per fare la bandiera bianca all’automezzo che i partigiani requisirono ai tedeschi, con il quale ci riportarono a casa dopo la lunga e sanguinosa battaglia: eravamo tutti vicini, morti, feriti e salvi come fui io, mentre mia mamma e la mamma della Mirka furono gravemente ferite, il papà e la nonna della Mirka furono uccisi e il mio papà ferito. Noi bambini tutti salvi. lo, da quel giorno e dopo sessant'anni, non riesco più a vedere gli spettacoli pirotecnici: mi ricordano troppo i bagliori e i rumori di quel tragico giorno.
Tutti gli anni, da allora, il 30 giugno torno su quella strada che ho visto coperta di morti, risento l'odore della polvere e del sangue e penso ai bambini che allora furono privati dei loro sogni non solo, ma soprattutto dei loro cari e che ben difficilmente nelle pompose orazioni rievocative vengono ricordati. .
Anche se non hanno perso la vita ci si rende conto di quanto grandi e profonde siano state le ferite che hanno dovuto portare nel cuore?

Patrizia Tagliavini 

Tra le tante testimonianze storiche, per meglio comprendere il fatto narrato da Patrizia Tagliavini, riportiamo uno brano tratto dal libro "l'Alta Val Taro nella Resistenza" di Giacomo Vietti.

Manubiola 30 Giugno 1944

Una colonna di tedeschi autotrasportata della Feld Gendarmeria proveniente da Berceto, forte di un centinaio di soldati, forzano un primo posto di blocco partigiano a guardia della provinciale proveniente da Berceto tenta di infiltrarsi nella zona libera dirigendosi verso Borgotaro, probabilmente con l’obiettivo di occupare la Stazione Ferroviaria.
Chiamate per telefono, tutte le formazioni sono in allarme e corrono a fronteggiare l’attacco.
A Frascara la colonna viene fermata da un gruppo del Molinatico che con fucile mitragliatore spara sulla colonna e causa grosse perdite al nemico. Qualche ferito anche tra i partigiani.
Lo scontro a fuoco consiglia i nazisti a ritornare. Per coprirsi la fuga, prelevano nell’abitato di Frascara una ventina di ostaggi civili fra i quali anche donne e bambini, uccidono un vecchio di 85 anni, Salvanelli Mario.
Davanti alla porta della sua casa, riducono in fin di vita un altro vecchio, Ruggeri Giuseppe, che morirà qualche ora più tardi per le percosse ricevute.
L’accanimento della soldataglia contro il Ruggeri era dovuta al fatto che il cane di costui, vedendo il padrone aggredito, si era rivoltato agli aguzzini. Per vendetta il cane viene abbattuto con raffiche di mitra ed il padrone bastonato a morte.
Tutte le abitazioni sono saccheggiate: vengono asportati suppellettili e generi alimentari. 
Compiuta l’impresa la colonna si dà alla fuga. 
Durante il viaggio fermano e trattengono fra gli ostaggi pure il dott. Marchini che, munito di lasciapassare, in motocicletta, andava a Ostia accompagnato da un ragazzo per una visita medica ad un ammalato. 
Il Comando Partigiano di Borgotaro, organizza allora l’inseguimento, per telefono avverte il gruppo Poppy a Lozzola che si apposta sulla riva destra del Manubiola in attesa del nemico, quindi avverte tutte le formazioni disponibili: Molinatico, Vampa, Centocroci, Tarolli che partecipano all’inseguimento del nemico. In parte a piedi ed in parte sui i pochi mezzi di trasporto disponibili: un camioncino trovato a Borgotaro e due autocarri del Gruppo Centocroci.
I partigiani accorrenti, saputo che i tedeschi erano a Ghiare di Berceto, si dirigono verso il ponte distrutto sulla Manubiola: il ponte del diavolo, sulla provinciale Berceto – Borgotaro.
D’altra parte i tedeschi, dopo aver guadato il torrente a Ghiare di Berceto, avevano indugiato a fare colazione con i generi alimentari razziati a Frascara perdendo tempo prezioso.
Quindi sentendosi ormai al sicuro risalivano verso berceto percorrendo la strada alla destra del Manubiola.
All’altezza di Groppo San Giovanni vengono fermati dagli uomini di Poppy che per telefono erano stati avvertiti da Borgotaro e si erano appostati alla destra del torrente. 
Contemporaneamente arriva la squadra di Gomel accorsa da Baselica.
I primi camion di tedeschi vengono colpiti; i tedeschi non possono proseguire; alla loro sinistra le rocce a picco sulla strada inibiscono una facile fuga: si sparpagliano allora lungo il greto del torrente, , improvvisando piazzole di difesa utilizzando come scudo gli stessi civili. 
Sopraggiungono altri partigiani che incominciano l’attacco sparando dai costoni alla sinistra del torrente; altri scesi sul greto avanzano attaccando alle spalle mentre un ultimo gruppo, a completare l’accerchiamento, passa sulla riva destra. La strategia è improvvisata, forse casuale, ma efficacissima ed i tedeschi completamente accerchiati si difendono ormai facendosi scudo con i civili che, immobili, sentono fischiare le pallottole dei partigiani e sono storditi dal rumore e dal calore delle armi dei tedeschi.
Il primo partigiano a cadere è il dott. Antolini << Guelfo del Molinatico >> colpito sui costoni a picco sul torrente mentre sta accorrendo in soccorso di un ferito. 
È inutilmente soccorso dallo Zio del Centocroci pure ferito.
Ma il maggior numero di vittime si hanno tra gli ostaggi dei quali i tedeschi si fanno scudo: il dott. Marchini, che morirà qualche giorno dopo, Ruggeri Giuseppe di 40 anni, Gavaini Antonio di 47 anni, Levanti Attilio di 41 anni, Raffi Gaetano di 57 anni, Salvanelli Giovanni di 56, Delnevo Domenico di 56 anni.
Lentamente i partigiani stringono il cerchio ed attaccano per due volte con gli Sten finché i tedeschi si arrendono: hanno avuto 14 morti e parecchi feriti.
Fra gli ottanta prigionieri è pure il capitano Muller, che sarà poi il carnefice della strage di Strela.
Ingente il bottino che comprende otto autocarri, due motociclette, armi pesanti ed individuali; un altro autocarro colpito nell’attacco viene incendiato, mentre il decimo con i morti e i feriti dello scontro di Frascara era stato mandato avanti alla colonna ed era riuscito a sfuggire all’accerchiamento. 
I morti tedeschi vengono sepolti nel cimitero di Albareto, ed il parroco si prende cura di mandare al comando tedesco di Berceto i loro effetti personali. I prigionieri vengono internati a Compiano.

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