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Testi di Patrizia Tagliavini, foto,
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Testi di Patrizia
Tagliavini, foto e ricerche storiche di Valerio
Agitati
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La
battaglia della Manubiola, avvenuta nel 1944, tra
partigiani e forze di occupazione tedesche. Il ricordo di Patrizia
Tagliavini, allora bambina, caduta improvvisamente nella sanguinosa
guerra dei grandi. Una pagina importante della nostra storia,
interessante per conoscere alcuni aspetti del carattere della gente
della Valtaro.
Ogni anno, le delegazioni
dei Comuni di Berceto e di Borgotaro, gli esponenti locali dello
Stato, i rappresentati delle Associazioni Partigiane, nonché molti
cittadini, commemorano sui luoghi della battaglia l'accaduto,
rendendo onore a tutti i caduti.
La riproposta di un articolo pubblicato nel 2006,
a firma di Patrizia Tagliavini, particolarmente centrato per
comprendere un periodo storico particolarmente importante
Giugno 1944:
siamo nel pieno della sanguinosa Seconda Guerra Mondiale. La Valtaro, sotto
la spinta della guerra partigiana, si solleva e diventa autonoma. In tanti
aspettano l'imminente l'arrivo delle armate alleate; in tanti vogliono
autodeterminarsi, prima dell'arrivo di altri eserciti, dalla lingua
sconosciuta. Attesero invano; forse volutamente per calcolo politico degli
Alleati, forse per eccesso di ottimismo: ci vorrà quasi un anno, tante
tragedie umane e tanto sangue innocente per vedere di nuovo la libertà.
Intanto si combattono tante battaglie, con una chiara distinzione di ruoli e
di territori; qui avvengono degli scontri che vedono, caso rarissimo in
Italia, le formazioni partigiane ben organizzate attaccare, con successo, le
forze d'occupazione tedesche. Di seguito pubblichiamo i ricordi di Patrizia
Tagliavini, stimata e conosciuta animatrice culturale valtarese: all'epoca
aveva 7 anni; i fatti di quei giorni la segnarono per sempre.
I video della
commemorazione, avvenuta nei giorni scorsi:
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30 Giugno 1944: I
sentieri della memoria, di Patrizia Tagliavini
Era il giorno del mio settimo compleanno, il primo che festeggiavo fuori
casa, la mia comoda casa di Borgotaro. Infatti, a causa dei frequenti
bombardamenti aerei che avevano come bersaglio il ponte ferroviario, i miei
genitori avevano deciso di trasferirsi in una piccola casa nei boschi di
Frascara, lontana e nascosta dalla strada provinciale. Vi si arrivava da un
sentiero sterrato che partendo dalla strada per Berceto s'inoltrava nel
bosco.
Era un giorno caldo e sereno. La notte precedente era piovuto e il bosco,
lavato e splendente sotto il sole, sembrava nuovo di zecca. Vicino a noi,
nella stessa casa, abitava un'altra famiglia sfollata come noi dal Borgo e
così avevo anche un'amichetta di poco più grande di me: la Mirka. Aveva un
fratello di circa dodici anni ed una cuginetta di appena sei mesi.
La Mirka ed io eravamo uscite presto per andare nel bosco a raccogliere
radici di liguerizia, vicino alla fontana. Mentre eravamo chine, intente
alla nostra raccolta,due grosse scarpe infangate si materializzarono accanto
a noi: alzammo gli occhi e...
Quelle scarpe appartenevano ad un giovane che stava fermo davanti a noi,
tutto sporco di sangue. .
Lo so, è strano che un giovane grande e grosso chieda aiuto a delle
bambine, ma purtroppo nel tempo di guerra i ruoli non avevano più spazi ben
definiti e spesso le parti s'invertivano intrecciandosi in situazioni a
volte grottesche.
Conducemmo il giovane a casa nostra e mio padre lo fece spogliare dei suoi
panni insanguinati e lo rivestì con i propri nascondendo tutto sotto le
piane della cucina. Il giovane uscì rapidamente (la ferita che mio padre
gli aveva medicato fortunatamente era leggera) ma prima disse qualcosa che
io non capii. Ben presto il giovane sparì nel bosco. A noi bambine fu
proibito di uscire e, in casa, tutti si affannarono ad ammonticchiare
seggiole e tavoli contro l'uscio e le finestre furono immediatamente chiuse
con gli scuretti come fosse notte.
Fatica inutile: di lì a poco tanti soldati tedeschi villani ed inferociti
irruppero nella nostra cucina imprecando nella loro dura, incomprensibile
lingua.
Ci fecero uscire in malo modo dopo aver fatto razzia di tutto ciò che di
commestibile c'era in casa. La mamma, per festeggiarmi aveva fatto la
crostata di ciliegie, c'era il pane bianco e un bel salame da affettare, il
vino e i tortelli di erbette.
Alcuni soldati misero al muro gli uomini puntando i fucili per ucciderli e
gli altri tedeschi s'inoltrarono nel bosco alla ricerca di altri ostaggi o
forse del partigiano ferito.
Dopo interminabili momenti di terrore i tedeschi decisero di non fucilare
gli uomini al muro (c'erano fra loro anche mio padre e il padre e lo zio
della mia amica), ci incolonnarono tutti fra due ali di tedeschi con i mitra
puntati verso la strada provinciale. Invece di farci camminare sul sentiero
ci condussero lungo un ripido pendio fra le piante di ciliegi selvatici,
cariche di frutti gialli e rossi, così dolci.
Intanto quei soldati che si erano addentrati nel bosco avevano ucciso due
anziani uomini che non avevano avuto altra colpa se non quella di essersi
trovati sul loro cammino, o forse volevano sapere del partigiano ferito?
In un orto vicino un uomo lavorava la terra in compagnia del suo cane. Lo
apostrofarono in malo modo e lo minacciarono con il fucile. Il cane, per
difenderlo, azzannò un tedesco. Questi, furibondo e dolorante, uccise
l'uomo percuotendolo con il calcio del fucile.
Arrivammo, fra i soldati con i mitra puntati, alla strada provinciale. Ci
misero in cerchio, in una radura al lato della strada dove oggi sorge una
piccola Maestà, e dopo interminabili istanti di terrore, durante i quali i
tedeschi ci puntarono addosso i loro fucili, come a voler fare una macabra
gara di tiro al bersaglio, uccisero Jack, il povero cane reo di aver difeso
il suo padrone.
Dopo questa atroce bravata ci fecero salire su una decina di autocarri
allineati sulla strada ed io fortunatamente ero insieme a mamma e papà.
Non sapevamo dove ci avrebbero portato e se chiedevamo qualcosa loro
fingevano di non capire la nostra lingua. Eravamo ostaggi, presi in uno dei
più sanguinosi episodi di rastrellamento avvenuti nella nostra valle.
Avevo sette anni e già Pollicino, abbandonato nel bosco, Biancaneve con la
sua cattiva matrigna mi sembrarono subito più fortunati di me, in quella
terribile situazione.
Caricati tutti sui camion tedeschi, seduti sulle panchine laterali sotto la
minaccia delle loro anni e il tiro delle mitragliatrici, avevamo l'ordine di
alzarci in piedi e di far loro da scudo ogni qual volta fossimo stati
intercettati da aerei nemici.
Non vi racconto del viaggio angoscioso, della battaglia sanguinosa che ne
seguì. Tutto questo potete leggerlo nel libro La seconda Julia nella
resistenza di Sergio Giliotti, perché tutto fa parte della storia, quella
con la S maiuscola, quella che si legge nei libri di scuola; darò. invece
qualche piccola notizia per chi leggerà questo racconto all'età che avevo
io al momento della storia.
Quel giorno io indossavo un abito di pizzo bianco che la mia mamma aveva
ricavato da una camicia della nonna; era molto bello e servì poi per fare
la bandiera bianca all’automezzo che i partigiani requisirono ai tedeschi,
con il quale ci riportarono a casa dopo la lunga e sanguinosa battaglia:
eravamo tutti vicini, morti, feriti e salvi come fui io, mentre mia mamma e
la mamma della Mirka furono gravemente ferite, il papà e la nonna della
Mirka furono uccisi e il mio papà ferito. Noi bambini tutti salvi. lo, da
quel giorno e dopo sessant'anni, non riesco più a vedere gli spettacoli
pirotecnici: mi ricordano troppo i bagliori e i rumori di quel tragico
giorno.
Tutti gli anni, da allora, il 30 giugno torno su quella strada che ho visto
coperta di morti, risento l'odore della polvere e del sangue e penso ai
bambini che allora furono privati dei loro sogni non solo, ma soprattutto
dei loro cari e che ben difficilmente nelle pompose orazioni rievocative
vengono ricordati. .
Anche se non hanno perso la vita ci si rende conto di quanto grandi e
profonde siano state le ferite che hanno dovuto portare nel cuore?
Patrizia Tagliavini
Tra le tante
testimonianze storiche, per meglio comprendere il fatto narrato da Patrizia
Tagliavini, riportiamo uno brano tratto dal libro "l'Alta Val Taro
nella Resistenza" di Giacomo Vietti.
Manubiola 30
Giugno 1944
Una colonna di tedeschi autotrasportata della Feld Gendarmeria proveniente
da Berceto, forte di un centinaio di soldati, forzano un primo posto di
blocco partigiano a guardia della provinciale proveniente da Berceto tenta
di infiltrarsi nella zona libera dirigendosi verso Borgotaro, probabilmente
con l’obiettivo di occupare la Stazione Ferroviaria.
Chiamate per telefono, tutte le formazioni sono in allarme e corrono a
fronteggiare l’attacco.
A Frascara la colonna viene fermata da un gruppo del Molinatico che con
fucile mitragliatore spara sulla colonna e causa grosse perdite al nemico.
Qualche ferito anche tra i partigiani.
Lo scontro a fuoco consiglia i nazisti a ritornare. Per coprirsi la fuga,
prelevano nell’abitato di Frascara una ventina di ostaggi civili fra i
quali anche donne e bambini, uccidono un vecchio di 85 anni, Salvanelli
Mario.
Davanti alla porta della sua casa, riducono in fin di vita un altro vecchio,
Ruggeri Giuseppe, che morirà qualche ora più tardi per le percosse
ricevute.
L’accanimento della soldataglia contro il Ruggeri era dovuta al fatto che
il cane di costui, vedendo il padrone aggredito, si era rivoltato agli
aguzzini. Per vendetta il cane viene abbattuto con raffiche di mitra ed il
padrone bastonato a morte.
Tutte le abitazioni sono saccheggiate: vengono asportati suppellettili e
generi alimentari.
Compiuta l’impresa la colonna si dà alla fuga.
Durante il viaggio fermano e trattengono fra gli ostaggi pure il dott.
Marchini che, munito di lasciapassare, in motocicletta, andava a Ostia
accompagnato da un ragazzo per una visita medica ad un ammalato.
Il Comando Partigiano di Borgotaro, organizza allora l’inseguimento, per
telefono avverte il gruppo Poppy a Lozzola che si apposta sulla riva destra
del Manubiola in attesa del nemico, quindi avverte tutte le formazioni
disponibili: Molinatico, Vampa, Centocroci, Tarolli che partecipano
all’inseguimento del nemico. In parte a piedi ed in parte sui i pochi
mezzi di trasporto disponibili: un camioncino trovato a Borgotaro e due
autocarri del Gruppo Centocroci.
I partigiani accorrenti, saputo che i tedeschi erano a Ghiare di Berceto, si
dirigono verso il ponte distrutto sulla Manubiola: il ponte del diavolo,
sulla provinciale Berceto – Borgotaro.
D’altra parte i tedeschi, dopo aver guadato il torrente a Ghiare di
Berceto, avevano indugiato a fare colazione con i generi alimentari razziati
a Frascara perdendo tempo prezioso.
Quindi sentendosi ormai al sicuro risalivano verso berceto percorrendo la
strada alla destra del Manubiola.
All’altezza di Groppo San Giovanni vengono fermati dagli uomini di Poppy
che per telefono erano stati avvertiti da Borgotaro e si erano appostati
alla destra del torrente.
Contemporaneamente arriva la squadra di Gomel accorsa da Baselica.
I primi camion di tedeschi vengono colpiti; i tedeschi non possono
proseguire; alla loro sinistra le rocce a picco sulla strada inibiscono una
facile fuga: si sparpagliano allora lungo il greto del torrente, ,
improvvisando piazzole di difesa utilizzando come scudo gli stessi civili.
Sopraggiungono altri partigiani che incominciano l’attacco sparando dai
costoni alla sinistra del torrente; altri scesi sul greto avanzano
attaccando alle spalle mentre un ultimo gruppo, a completare
l’accerchiamento, passa sulla riva destra. La strategia è improvvisata,
forse casuale, ma efficacissima ed i tedeschi completamente accerchiati si
difendono ormai facendosi scudo con i civili che, immobili, sentono
fischiare le pallottole dei partigiani e sono storditi dal rumore e dal
calore delle armi dei tedeschi.
Il primo partigiano a cadere è il dott. Antolini << Guelfo del
Molinatico >> colpito sui costoni a picco sul torrente mentre sta
accorrendo in soccorso di un ferito.
È inutilmente soccorso dallo Zio del Centocroci pure ferito.
Ma il maggior numero di vittime si hanno tra gli ostaggi dei quali i
tedeschi si fanno scudo: il dott. Marchini, che morirà qualche giorno dopo,
Ruggeri Giuseppe di 40 anni, Gavaini Antonio di 47 anni, Levanti Attilio di
41 anni, Raffi Gaetano di 57 anni, Salvanelli Giovanni di 56, Delnevo
Domenico di 56 anni.
Lentamente i partigiani stringono il cerchio ed attaccano per due volte con
gli Sten finché i tedeschi si arrendono: hanno avuto 14 morti e parecchi
feriti.
Fra gli ottanta prigionieri è pure il capitano Muller, che sarà poi il
carnefice della strage di Strela.
Ingente il bottino che comprende otto autocarri, due motociclette, armi
pesanti ed individuali; un altro autocarro colpito nell’attacco viene
incendiato, mentre il decimo con i morti e i feriti dello scontro di
Frascara era stato mandato avanti alla colonna ed era riuscito a sfuggire
all’accerchiamento.
I morti tedeschi vengono sepolti nel cimitero di Albareto, ed il parroco si
prende cura di mandare al comando tedesco di Berceto i loro effetti
personali. I prigionieri vengono internati a Compiano.