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Amanda
Castello, presidente dell'Associazione Paulo Parra per la
ricerca sulla Terminalità, motore di tante attività
sociali, secondo le rivelazioni di alcuni giornali,
sembrerebbe aver celato per anni la sua vera identità:
in realtà si chiamerebbe Muriel Bianchi. Sull'accaduto sembra
indagare la Procura della Repubblica di Piacenza. |
"Amanda Castello"
non sarebbe "Amanda Castello": in realtà si tratterebbe di Muriel Bianchi.
Paulo Parra, l'uomo a cui é intitolata un'associazione di aiuto ai malati
terminali, suo marito, deceduto alcuni anni fa, si sarebbe invece chiamato
Antonio Expedito Carvahlo Perera.
Una vicenda veramente strana, ai limiti della comprensibilità per tutti i
comuni mortali, intenti a vivere normalmente e a chiamarsi per nome e
cognome da una vita. Figurarsi qui in montagna, dove ci conosciamo tutti, da
generazioni. Si tratta di una di quelle notizie che ti sconvolgono un po',
che ti mettono quasi in crisi. Che ti fanno capire che il mondo é molto più
complesso di quanto noi sprovveduti montanari possiamo immaginare. Una
notizia a cui fai fatica a credere, che accetti solo quando trovi tanti
riscontri, inequivocabili.
Ma veniamo ai fatti; cerchiamo di capire cosa é successo, cercando di
restare oggettivi e obiettivi; un compito per niente facile, vista la grande
quantità delle fonti citate e i pochi riscontri oggettivi riportati; vista
la delicatezza degli elementi e delle argomentazioni, leggibili negli
articoli pubblicati da alcuni organi di stampa nei giorni scorsi, Libertà di
Piacenza per prima, e Polis poi.
Amanda Castello, presidente della Associazione ART, persona molto conosciuta
e stimata in Valtaro per il progetto Hospice, a sostegno dei malati
terminali, sembrerebbe aver dato per anni false generalità. In realtà si
dovrebbe chiamare (il condizionale è un imperativo!) Muriel Bianchi. Non é
brasiliana ma francese. Suo marito, morto alcuni anni fa per una malattia
oncologica e motore primo del suo impegno nel settore delle cure palliative,
non si sarebbe chiamato Paulo Parra ma bensì Antonio Expedito Carvahlo
Perera. I due si sarebbero rifugiati in Italia, a Bettola, nel 1980, in un
antico casale chiamato "La Bagnata", sfuggendo a presunte persecuzioni
politiche e cambiando il loro nome per motivi di sicurezza personale.
Su questo caso, secondo quanto riportato da Polis, sta indagando la Digos
(reparto speciale della Polizia di Stato Italiana, specializzato in reati di
terrorismo a sfondo politico), coordinata dal Sostituto Procuratore Maurizio
Boselli, in collaborazione con altre strutture di polizia italiane ed
estere. Il tutto sembra essere partito dal contenuto di un libro dello
scrittore sud americano Fernando Molica, intitolato "L'uomo che morì tre
volte". Sempre, secondo le fonti giornalistiche, in questo libro, la figura
di Paulo Parra/Perera, viene descritta quale elemento collegato al
terrorismo internazionale.
Ho incrociato, come tanti a Borgotaro, l'attività di Amanda Castello/Muriel
Bianchi; ho seguito i suoi lavori di sensibilizzazione al tema della morte, il suo attivismo convinto
a favore dei malati terminali, per l'apertura
dell'Hospice di Borgotaro. L'ho sentita parlare più volte ai convegni, alle
cerimonie di inaugurazione. Una volta addirittura l'ho sentita richiamare
pubblicamente, con piglio, il Sindaco di Borgotaro, in Sala Imbriani, per un
suo presunto ritardo nell'esecuzione di un progetto. Mi stupii.
Una volta, abbiamo anche mangiato insieme al Mistrello, insieme a mezzo
centinaio di altre persone, dopo un coinvolgente convegno sulle cure
palliative, ospiti della Coop Aurora.
Eravamo in tavoli distanti; ricordo un lungo colloquio con una funzionaria
della Regione; veramente entusiasta del lavoro della Castello/Bianchi: mi
aveva quasi convinto ad andare a visitare una struttura hospice vicino a
Bologna.
Pensandoci un attimo, cercando di comprendere la situazione, ammettendo
sempre ipoteticamente che tutto quello che é stato pubblicato sia vicino al
vero, tentando di capire chi é, almeno nelle mie reminiscenze, mi sono
ricordato di aver acquistato, in uno degli immancabili banchetti informativi
che la seguivano dappertutto, due suoi brevi libri ("Un "alien" chiamato dr.
Crabe" e "Il miracolo dei delfini"). Prima di scrivere questo pezzo sono
andato a rileggerne qualche pagina.
Mi sono reso conto che, con quello che é stato pubblicato, non sono più
coinvolto da quello che scrive; confesso che sono quasi infastidito nel
leggere queste corte pagine. Sono stato colpito dai tanti titoli
ostentatamente precisi (Dott., Pres., Avv, Comm.,...) attribuiti a tutti gli
"attori" degli scritti: sia agli interpreti immaginari, sia ai sostenitori e
ai collaboratori reali. Tanta precisione stride con l'assioma
ipotetico iniziale di un nome falso dell'autore. Sinceramente non capisco.
Sempre con la premessa del ragionevole dubbio, dell'attesa dei risultati
ufficiali della magistratura e degli organi di controllo, ripenso alle attività di A.R.T. (di cui Castello/Bianchi é o era
presidente) a scuola, allo Zappa-Fermi, così come in tanti Istituti di
Piacenza: dove degli ancora candidi e
incontaminati figli del nostro tempo, sono stati coinvolti, educati come si
fa solitamente in una scuola. Di prassi gli studenti sono abituati a comunicare con un nome vero e univoco,
ad usare il linguaggio con senso: cosa penseranno dei
progetti svolti? Quale opinione avranno degli adulti, del mondo delle
Istituzioni?
Nella prefazione di una pubblicazione ufficiale, che ancora conservo,
("Parole discrete", con tanto di loghi della Regione, del Comune e della
Azienda USL), dove gli studenti hanno trascritto i loro preziosi pensieri,
leggo: " L'Associazione Paulo Parra per la ricerca sulla Terminalità -
A.R.T. é un'associazione senza fine di lucro, fondata dall'Avv. Dott.ssa
Amanda Castello dopo la morte di suo marito, Dott. Paulo Parra,
medico psichiatra e psico-oncologo, deceduto di cancro nel marzo 1996,".
I titoli e i nomi a questo punto di chi sono? A chi si riferiscono i
titoli accademici e professionali?
Nei progetti sull'educazione alla morte nelle scuole, aprendo un'ipotetica
porta dei loro pensieri, dove le parole hanno un senso, cosa penseranno di
avere di fronte? Un "cappuccetto rosso" o un "lupo"?
Come la prenderanno i genitori della Valtaro nel sapere che qualcuno,
presentando probabilmente delle false generalità, ha portato avanti, con il
consenso delle istituzioni, delle attività formative dei loro figli, nelle
scuole che frequentano? Come reagirà questo mondo tutto particolare, professori per primi, quando
qualche altro volontario, qualche altro appassionato, proporrà qualche
iniziativa? Gli chiederanno l'esame del DNA? Nel caso anche di una condanna,
anche semplicemente solo pecuniaria, a loro, soprattutto a loro, qualche
spiegazione in più é sicuramente dovuta.
So che é un atteggiamento infantile, forse banale, ma, se le cose sono
come sono state descritte dai giornali, mi sento un po' tradito. Sono anche
deluso e preoccupato, per le implicazioni che questa vicenda potrebbe avere
su tanti bei progetti di assistenza, una volta tanto ben avviati. Sono
preoccupato per alcuni miei cari amici, di fatto coinvolti professionalmente, anzi
almeno emotivamente travolti, in questa vicenda. Prima di scrivere ho ripensato anche ai
visi delle sue assistenti, quello di Maria Lavezzi su tutti; l'ho incrociata
sfuggevolmente in un bar di Borgotaro, pochi giorni fa, prima della
"rivelazione". Era insieme al Sindaco di Borgotaro: un saluto distratto,
quasi di circostanza. E' sfuggita, con gli occhi bassi, silenziosamente:
forse stanca, forse già con qualche pensiero di troppo.
Qualcuno, forse impaurito dagli sviluppi, ora tende a minimizzare
l'accaduto. Qualcuno mi ha consigliato di non scrivere nulla, di lasciar
stare, tanto al massimo "si becca una multa da 3000 Euro ed é finita lì; tu
invece ti fai dei nemici".
Troppo comodo, e soprattutto ormai totalmente inutile: la frittata é fatta.
E' anche in questo modo che si mantiene un paese libero e democratico:
rispettando le regole, che possano piacere o no, cercando di dire la verità.
Cercando di riflettere su quanto accade, cercando di fare opinione,
esprimendo giudizi, anche scomodi.
Mi domando: in quanti sapevano? E anche: nei tanti progetti pubblici,
gestiti con risorse pubbliche, che coinvolgevano A.R.T., come sono stati
regolati i contratti di gestione e di collaborazione? Chi li ha firmati? Chi
aveva potere di firma e soprattutto di controllo sulle identità, con tutto
quello che ne deriva, degli individui coinvolti?
Mi domando ancora, sempre se gli organi di giustizia competenti
dimostreranno quanto pubblicato: perché tutto questo? Perché continuare a
mentire a tutti? Dare generalità diverse é mentire, ricordiamolo. Come si
pensava di seppellire il passato? Come si poteva riuscire, nell'era di
internet, della comunicazione globale? Non con uno, ma bensì con due nomi
falsi, il suo e quello di suo marito, oltretutto associati a progetti di
risonanza mondiale. Se si voleva rimanere nascosti a dei possibili
persecutori, perché cercare la luce dei riflettori? Provate a fare delle
ricerche su google con i nomi in questione: migliaia di informazioni, di
tutti i tipi, soprattutto grafiche. Basta avere il tempo di leggere. Ho
l'impressione, badate bene solo l'impressione, che si sia solo all'inizio di
una lunga storia.
Capisco nei primi tempi di smarrimento, posso capire la paura dopo la morte
del marito; si può immaginare il farsi prendere la mano; posso capire la
difficoltà di uscire da uno schema di difesa, gestito dal dolore della
perdita, quasi automatico agli inizi dell'avventura; di un modo facile di
proseguire in una, per quello che ne so io, giusta e meritoria lotta in
favore di chi soffre.
Ma dopo? Stento a credere che non ci si sia resi conto che tutto stava
diventando magnificamente importante e fragile per questo "peccato
originale". Perché aspettare gli eventi? Perché non liberarsi di questo
fardello? Perché non parlarne con quelli che stavano partecipando
disinteressatamente ai progetti? E le sue "assistenti"? Sapevano?
Mi domando,sempre se tutto risulterà vero, perché una donna con tante
riconosciute qualità, capace di affrontare con coraggio e determinazione il
tema della morte, il tema più duro nella vita di un essere umano, non sia
stata capace di affrontare anche questa battaglia, tutto sommato semplice.
Era la lotta forse più importante: quella della verità sulla propria
identità; quella qualità unica che ci identifica e ci distingue come esseri,
viventi.
Per leggere una
serie di articoli pubblicati da Valtaro.it in riferimento alle attività in
Valtaro di Amanda Castello/Muriel Bianchi:
http://www.valtaro.it/hospice2005/index.htm
http://www.valtaro.it/hospice2/index.htm
http://www.valtaro.it/hospice/index.htm
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